La deriva marxista del Sud America

In un altro momento, in un altro contesto, in una diversa impostazione grafica nei giornali, sui teleschermi, nella risonanza fra i lettori sarebbe stata una noterella di colore. L’Ecuador è uno degli Stati in quasi tutti i sensi più poveri della povera America Latina, le sue tradizioni democratiche sono quelle che sono e che possono essere in quella situazione, al Grande Mondo di solito non importa se un presidente ecuadoriano si trasforma in un dittatore, se la costituzione viene «rivista» una volta di più a vantaggio di chi detiene il potere, se quest’ultimo ricorre alla carta antica delle nazionalizzazioni, antico cavallo di battaglia per infiammare il sentimento nazionale e il risentimento di classe. Ma il risultato del referendum di ieri, i due terzi dei voti andati alle modifiche costituzionali proposte dal presidente Correa, cade in un momento particolare per l’America Latina e per il mondo intero.
Ancora un paio di anni fa nessun caudillo andino avrebbe osato, o se avesse osato sarebbe stato ben presto ricondotto alla ragione, o alla forza. Così era lo sfondo prima che Hugo Chavez ascendesse all’eredità politica, ideologica e mitica di Fidel Castro, giocasse la carta del petrolio e quella della razza. Prima che egli trovasse degli imitatori dalla Bolivia all’Ecuador e dei simpatizzanti altrove, in un arco geografico che va dal Nicaragua, ricaduto nelle mani dei sandinisti, all’Uruguay dove si riaffacciano al potere i nipoti ideologici dei tupamaros. Prima che anche i grandi Paesi dell’America del sud, dal Brasile di Lula all’Argentina neo-neoperonista, cominciassero a seguire, seppure cautamente, l’onda o, se preferiamo, il rigurgito di ideologie e di slogan che parevano sconfitti e sepolti dalla Storia.
E prima, naturalmente, che il Nemico dei nostalgici di tupamaros, montoneros, di Fidel e di Che Guevara, gli Stati Uniti e il Capitalismo, precipitasse in una crisi che rischia di rendere di nuovo, anche se provvisoriamente, appetibili gli slogan e perfino la fede in una «alternativa» fallita in cinque continenti.
Nessuno parlava più seriamente di Socialismo, neanche in quel vasto e tormentato angolo del pianeta (se non combinandolo, nelle parole di Fidel Castro, con un destino irrevocabile: «socialismo o muerte»), nessuno che volesse essere preso sul serio prima che si diffondesse la sensazione che il binomio libertà-mercato, trionfante in tutti gli altri continenti, mostrasse i suoi limiti proprio nell’America Latina. Fanalino di coda dell’economia e della politica mondiali, vivo solo nelle nostalgie e nei rancori. Almeno fino a ieri.
Fino a quando dal tempio della democrazia capitalista, dalla Casa Bianca, venissero segnali come nazionalizzazioni, «irizzazioni», re-regolamentazioni, economia guidata. Sullo sfondo, naturalmente, delle angosce e delle umiliazioni di Wall Street, della volatilizzazione e del rogo di un numero incalcolabile di miliardi di dollari. Ciò che negli Usa o in Europa suscita preoccupazioni, spinge a consultazioni e dibattiti per uscire dalla crisi al più presto e limitando al possibile i danni, può essere interpretato, in un continente per alcuni aspetti «marginale» come geografia o almeno marginalizzato dalla storia, come l’occasione insperata di una rivincita. Ultimi della classe come Correa, appoggiati da penultimi come il boliviano Morales, possono sentirsi ora giustificati nelle loro ricette arcaiche dal vederle in qualche caso riesumate proprio dai Primi della classe, dagli americani detestati e invidiati. È un segnale d’allarme in più. Non il peggiore, non il più urgente, ma non si può e non si dovrebbe ignorarlo. Si deve invece, nella misura del possibile, tenerne conto.
Alberto Pasolini Zanelli