Derivati, il tecnico che firmò i contratti: «Non so cosa siano, non parlo l’inglese»

(...) Il mandato affidatogli dell’allora sindaco Albertini è chiaro: negoziare un prestito obbligazionario per conto del Comune, del valore di 1,6 miliardi di euro. Di fronte a lui, manager di Jp Morgan, Ubs, Deutsche bank e Depfa. Si parla di «strumenti derivati». Volano parole strane: cap, floor, mark to market, swap. Gergo da scienziati. Butti firma. Così si apre una voragine. A quattro anni di distanza, il tribunale ha ordinato il sequestro di oltre 400 milioni di euro alle stesse banche che hanno proposto e venduto l’affare. Secondo la Procura, quel contratto - e le sue rinegoziazioni successive - hanno causato un danno alle casse pubbliche di circa 100 milioni di euro. Truffa aggravata, secondo il pm Alfredo Robledo. Ma la scena - da teatro dell’assurdo - è questa. Davanti al pm, sentito come testimone, Butti spiega che «io non sono affatto un esperto in operazioni in strumenti derivati. Non ho mai trattato questa materia e non sarei in grado di farlo tuttora». Niente male. Ma l’ex funzionario va avanti. «Tra l’altro, non sono in grado di interloquire in lingua inglese, dal momento che le mie conoscenze al riguardo risalgono ai tempi della scuola». Non il massimo, per chi aveva l’incarico di rappresentare il Comune davanti ai guru del denaro volatile.
«Io - mette a verbale Butti - avevo informato il dottor Porta (si tratta di Giorgio Porta, ex direttore generale di Palazzo Marino, indagato assieme al tecnico Mauro Mari, ndr) del fatto che non avevo alcuna conoscenza in materia e che non parlavo l’inglese. Questi mi rispose che ciò non costituiva un problema». Il racconto di Butti è il resoconto di un tiro al piccione, di una (presunta) truffa messa in piedi dalle corazzate della finanza internazionale contro un Ente pubblico che si presenta alla battaglia armato di cerbottana. Perché sono le banche che creano, propongono e vendono il prodotto. E chi sta dall’altra parte non sa come decifrare il geroglifico. «È evidente - continua Butti - che bisognava fare il calcolo sulla convenienza economica dell’operazione di emissione del bond». E chi fece questo calcolo? «Furono le quattro banche incaricate quali advisor per la collocazione del bond. Dai loro conti emergeva la convenienza economica per il Comune, e quindi l’operazione venne portata a termine». Allo stesso modo, «la strutturazione dello swap con pagamento da parte del Comune di rate a tasso variabile, e invece a tasso fisso da parte delle banche, è stato proposto dalla banche medesime». E, guarda caso, di lì a poco il tasso variabile superò di gran lunga quello fisso. E Palazzo Marino si è trovato in passivo. Però «il dottor Mauri disse immediatamente che andava bene».
E poi, chi avrebbe dovuto avvertire il Comune dei rischi finanziari che si sarebbero potuti correre? Nemmeno a dirlo, sempre le stesse banche. Ma quelle, di prefigurare sventure, non ci hanno mai pensato. Anzi, ha spiegato Angela Casiraghi, direttore centrale Finanza, bilancio e tributi, «hanno sempre rappresentato ogni operazione come conveniente per il Comune, sottolineando sempre e soltanto gli aspetti vantaggiosi di breve termine». Strano? No, per niente. Però sarebbe bastata un po’ di furbizia. Si chiede forse all’oste se il vino è buono?