Deschamps: sarà dura riavere la A in un anno

«Ho in mente una formazione fisica, aggressiva, che agisca per prima e non reagisca: una squadra che sia padrona del gioco»

Alessandro Parini
Con quella faccia un po' così, Didier Deschamps si siede tra il direttore sportivo Alessio Secco e il presidente Giovanni Cobolli Gigli. Sorride e si dice «orgoglioso e fiero della chiamata della Juventus. Il mio credo è lo stesso di quando giocavo: lavoro, corsa, sudore e abnegazione per arrivare il più in alto possibile. Credo in questo progetto sportivo». Una formula che - al primo giorno di scuola nella torrida e inizialmente disattenta Acqui Terme - ripeterà decine di volte. La Juve, insomma, è ripartita ieri da Acqui Terme con alcune facce nuove, ovviamente senza tutti i nazionali e con il morale ancora a pezzi per la sentenza letta da Cesare Ruperto venerdì sera: la serie B partendo da meno trenta è un macigno che pesa e peserà, sulla classifica e sull'animo di ognuno. «Aspettiamo e vediamo» è l'altro ritornello mandato a memoria da chiunque abbia un ruolo in casa Juventus. Deschamps, il destino sembra avercela con lei. Due anni fa è stato bruciato da Capello per prendere il posto di Lippi, adesso pare debba partire in serie B e da meno trenta: già pentito? «Per nulla. Semplicemente, se le cose rimarranno così, cambieranno i tempi in cui potremo pensare di tornare in serie A. Con una decina di punti da recuperare, potremmo anche farcela: con 30, dovremmo fare un miracolo». Se lo avesse saputo prima, magari avrebbe chiesto un biennale e non un triennale. «Non è questo il problema». Capello se n'è andato appena ha potuto. «Se non ci si trova in una certa situazione, inutile giudicare». Il meno 30 spingerà i big a chiedere di essere ceduti. «Del Piero rimarrà, anche se dopo la sentenza non ho avuto modo di parlargli: con lui in squadra, spero che altri accettino di rimanere. Nedved mi aveva dato la sua disponibilità, ma prima di conoscere il verdetto. Se devo indicare un nome che vorrei trattenere, dico Cannavaro: un leader vero». Onestamente: crede sarà più difficile trattenere i nazionali se in secondo grado venissero confermati i trenta punti? «Sì. Un anno di purgatorio lo avrebbero accettato in parecchi, due non lo so». Si aspettava una punizione così severa? «No. Sapevamo che sarebbe stato difficile evitare la B, ma non con tutti questi punti da recuperare». Che tipo di Juve ha in mente? «Fisica, aggressiva. Una squadra che agisca per prima e che non reagisca: una Juve padrona del gioco e che ami prendersi i giusti rischi». Una Juve che sarà anche insultata pesantemente in ogni parte d'Italia andrà a giocare: ne è consapevole? «Lo so benissimo e lo sanno anche i giocatori. Farsi trovare pronti ad accettare ogni tipo di provocazione e di accoglienza ostile sarà una parte importante del mio lavoro: lavoreremo anche per avere i nervi distesi, senza perdere nulla della nostra aggressività». Nella sua esperienza al Monaco, ha fatto fuori tutta una serie di senatori lanciando parecchi giovani: sarà questa la linea da seguire anche a Torino? «Giocherà chi mi darà più garanzie: se un 19enne vale più di un trentenne, gioca lui. Senza dubbio». Con il Monaco ha raggiunto la finale di Champions League, piazzandosi in campionato una volta secondo e due volte terzo. Poi si è dimesso e sono in pratica due anni che non allena più: il motivo? «In quattro stagioni, ho visto le due facce del mestiere di allenatore. Me ne sono andato via perché a un certo punto non condividevo più il progetto della società e la mia libertà non ha prezzo: non voglio farmi imporre nulla, gli obiettivi devono essere condivisi così come le strategie». Che tipo di giocatori si aspetta? «Entusiasti a prescindere, consapevoli di essere dei privilegiati che hanno dei doveri nei confronti della maglia che indossano e dei tifosi. Nomi è inutile farne, fino a quando non sapremo davvero dove giocheremo». Tra gli allenatori che ha avuto durante la sua carriera, quale sente più vicino al suo modo di intendere il calcio? «Da tutti si impara, ma credo che Lippi rappresenti il modello cui ispirarsi». Un pensiero per Zidane? «La finale è stata un riassunto della sua carriera: il talento assoluto, il male a una spalla e una certa incapacità di controllare le emozioni. Il tutto lo ha reso più umano: resta inarrivabile». E uno per i tifosi juventini? «Daremo il massimo. Sempre e comunque. Cercheremo di essere più simpatici e di aprire anche certi allenamenti al pubblico, ma ci lascino lavorare in tranquillità: questa è la sfida più importante della nostra carriera».