"Descritto come un mostro, ma io li perdono"

Intervista a don Pierino che da una settimana si trova a Piani di
Zervò, in Aspromonte: "Calunnie che rischiano di distruggere il lavoro
di 44 anni". Il prete anti-droga: "Quei disgraziati raccontano tutti la
stessa cosa.
Io li avevo denunciati ai carabinieri e loro me l’hanno giurata"

da Milano

«Sono cinque poveri cristi, ma io li perdono».
Don Piero Gelmini è il leone di sempre e la sua voce arriva rocciosa dall’Aspromonte. Nemmeno un’incrinatura: «Questi cinque disgraziati hanno raccontato tutti la stessa cosa, in fotocopia fin nei dettagli: io li avrei baciati, ci avrei provato con avance. Figurarsi: ragazzi così, se veramente ti fai avanti, ti danno un calcio nei coglioni e dopo cinque minuti lo sanno tutti gli altri giovani in comunità».
Don Gelmini, perché avrebbero inventato queste accuse?
«Perché io li avevo denunciati. Alcuni di loro erano andati a rubare: erano penetrati nei locali di una mia collaboratrice, col volto coperto da calzamaglia, e avevano portato via computer e altri oggetti. L’indomani avevo avvisato chi di dovere e li avevo espulsi dalla comunità. Loro avevano promesso vendetta: “La pagherai”. Capita. Quel che non capisco è altro».
Che cosa?
«Perché questa storia salta fuori adesso?».
Lei come risponde?
«Io sono stato interrogato tempo fa, l’inchiesta è fatta apposta per stabilire eventuali responsabilità. Invece un articolo di giornale rischia di distruggere tutto quel che ho fatto in 44 anni. È terribile».
E allora?
«Io queste cose non le ho fatte, io non sono un mostro, anche se ho i miei limiti. Ci mancherebbe. D’altra parte le accuse a base di sesso sono le più facili quando si vuole colpire un prete. Diciamo che in Italia è all’opera una lobby anticristiana».
I nomi?
«Sono sotto gli occhi di tutti. È una lobby potente, nei giornali, nelle istituzioni, in politica. Io ho sempre detto le cose in modo chiaro; forse, adesso che anche a sinistra c’è un ripensamento sul tema delle droghe, un giro di vite, una voglia di maggior severità per cui si vogliono mandare i carabinieri anche nelle scuole, forse qualcuno ha pensato bene di far uscire queste infamie. Espondendomi alla gogna mediatica e condannandomi senza processo».
Ce l’ha con i magistrati?
«Io non so chi è stato a dare la notizia alla Stampa. Però non c’è stata una richiesta di rinvio a giudizio o altro, nulla di nulla, solo quelle accuse vaghe, senza date e fatti precisi. Qualcuno si è comportato in modo poco serio».
Come ha trascorso la giornata?
«Sono andato, come previsto, in pellegrinaggio sulle montagne, fino al crocifisso davanti a cui si pagavano i riscatti dei sequestri. Certo, ho avuto tempo per riflettere. Io porto con letizia la croce, è normale che mi attacchino visto quello che dico. Io non faccio discorsi buonisti, non vendo marmellate per tutti i palati. E poi, la via della croce è la strada maestra del cristianesimo. Prenda don Orione».
Don Orione?
«È uno dei punti di riferimento della mia vita. Io l’ho conosciuto, passò esperienze tremende: un barbiere, corrotto da due canonici, arrivò ad inoculargli il virus della sifilide. Prenda il mio amico don Giussani: fu isolato, come mi raccontò lui stesso parlandomi di una solitudine terribile; prenda don Zeno, cosa gli hanno fatto passare a suo tempo. Per non parlare di Padre Pio. Però, a costo di strisciare per terra, voglio rimanere con i miei ragazzi. E ricordo una frase di San Francesco: non sempre chi ti ricopre di lordura ti fa del male».
Don Gelmini, la dipingono come un cappellano del centrodestra.
«Certo, non sono un uomo di sinistra, ma chi afferma questa sciocchezza mi fa ridere. Mi hanno chiamato politici di tutti gli schieramenti, gli amici, da Gigi D’Alessio a Bruno Vespa, e poi tanti, tanti ragazzi che mi hanno inondato di biglietti affettuosi».
Suo fratello, frate Eligio, come l’ha presa?
«Era sorpreso: “Non mi hai detto nulla”. “Non volevo disturbarti”, è stata la mia replica».
E lei come ha ringraziato le autorità che l’hanno incoraggiata?
«Io ho 82 anni e un pacemaker: non ne avrò per molto. Ma quel che ho iniziato deve andare avanti, le oltre duecentocinquanta comunità sparse per il mondo devono vivere. E allora a tutti ho risposto con una frase di don Gnocchi: “Amici, vi raccomando la mia baracca”».