Deserto d’Africa e fiori conquistano Parigi

Daniela Fedi

da Parigi

Africa e fiori, deserti di sale e giardini vittoriani, Marlene Dietrich che in Marocco si toglie le scarpe per inseguire l’amore tra le dune del Sahara e l’opulenza severa delle nobildonne spagnole ritratte da Goya. C’era tutto questo nelle superbe collezioni di Antonio Marras per Kenzo e di Alexander McQueen per il suo marchio controllato dal Gruppo Gucci che hanno sfilato in questi giorni a Parigi sulle indimenticabili colonne sonore di film come Lawrence d’Arabia e Barry Lyndon.
Dopo una settimana di défilé più o meno belli, ma spesso dominati dagli accessori che catturano tutta l’attenzione creativa perché in media determinano il 60 per cento del fatturato delle griffe, finalmente sulle passerelle francesi si sono rivisti abiti capaci di proiettare una visione stilistica libera e personale. Certo sarà difficile vedere una donna in metropolitana con la sublime gonna a vita alta appesa alle bretelle di cristallo sulla leggera camicetta bianca che McQueen ha fatto sfilare tra i modelli da giorno. Mentre tra quelli da sera c’era addirittura un abito vivente in quanto fatto da vere ortensie che lo stilista ha fatto arrampicare con furioso senso estetico su un’immensa crinolina. «Importabile perfino da una diva sul red carpet per la notte degli Oscar» commentavano alcuni ospiti in sala pur essendo incantati dalla teatrale scenografia della sfilata che prevedeva l’esecuzione dal vivo della sarabanda di Haendel utilizzata da Kubrick come leitmotiv di Barry Lindon, salvo sfociare nel gran finale in una sorprendente versione di Paint it black dei Rolling Stones. La musica scandiva in modo mirabile le mille fonti d’ispirazione a cui si è abbeverato lo stilista inglese: dalla grandeur decadente del teatro seicentesco a Goya, dalla Marchesa Casati ai fiori vittoriani, dal romanticismo al dark. Eppure in mezzo a tutto ciò c’era una specie di leggerezza: la follia creativa del figlio di un taxista londinese che lavora per una grande industria del lusso. Dunque ben vengano gli assurdi vestiti-bustier imbottiti all’altezza dei fianchi se poi accanto a questi compaiono anche modelli portabili e al tempo stesso preziosi come le tuniche di cristallo appoggiate sui pantaloni di linea sciolta.
Meno coreografica ma altrettanto potente la messa in scena di Marras che ha fatto arrivare quintali di sabbia dalla sua amata Sardegna per riprodurre sulla passerella di Kenzo le dune del deserto. «È l’unico luogo al mondo in cui si ascolta il rumore del nulla - ha detto lo stilista - la moda è un linguaggio, ma solo il silenzio può farti capire quale vocabolario utilizzare. Stavolta mi sono ispirato un po’ a Marlene Dietrich e molto all’Africa per rielaborare tutti i codici della maison: l’incanto dei colori, la gioia della natura e l’incontro tra culture e civiltà diverse». Ecco quindi i fantastici miniabiti che riproducevano i doviziosi disegni delle donne Ndebele con innumerevoli paillettes schiacciate nella maglia. C’erano poi gli eleganti tailleur pantaloni di satin, i camicioni a righe trattenuti sul seno da una specie di obi in raso, alcuni fenomenali modelli incrostati di cristalli come la sabbia del Sahara di sale e uno spettacolare vestito-paracadute che si gonfiava a ogni passo rivelando innumerevoli rose stampate sullo chiffon. Dire bello è poco perché tutto era straordinariamente portabile a cominciare dalle scarpe dalla zeppa alta ma ragionevole.
Anche i sandali creati da Jean Paul Gaultier per Hermés avevano finalmente una misura umana pur allungando a dismisura la silhouette come moda comanda. Gli abiti erano infatti raffinati chemisier tinta unita tanto lunghi quanto al ginocchio oppure svolazzanti tuniche fantasia che ricoprivano i magnifici costumi da bagno per vere signore che passano l’estate a Deauville: uno dei luoghi più belli e più noiosi del mondo. Per loro come per tutte le donne che si possono permettere il costo mostruoso delle borse di Hermés arrivano due nuovi modelli altamente desiderabili: la «Kelly flat», ovvero piatta e ripiegabile in valigia come un foulard e il morbido bauletto dal doppio manico chiamato «Lindy» non si sa bene perché.