Destabilizzare il nostro Paese? Una tentazione mai archiviata

Solo un paranoico può pensare che la storia, globale o nazionale che
sia, proceda per complotti. Ma solo chi tiene tenacemente chiusi gli
occhi non si rende conto come nel mondo Stati, gruppi
economico-finanziari, singole personalità agiscano costantemente sulla
realtà, su «tutta» la realtà

Solo un paranoico può pensare che la storia, globale o nazionale che sia, proceda per complotti. Ma solo chi tiene tenacemente chiusi gli occhi non si rende conto come nel mondo Stati, gruppi economico-finanziari, singole personalità agiscano costantemente sulla realtà, su «tutta» la realtà. Sarebbe da deficienti pensare che le accuse a Guido Bertolaso siano state promosse dal Dipartimento di Stato americano. Ma è evidente come gli inquirenti, in azione dal 2008, cercassero un contesto in cui superare l’attenzione a non ledere l’immagine nazionale, invocata da ambienti della Procura di Roma, per questo motivo definiti dai vari Giuseppe D’Avanzo e Peter Gomez aspiranti a un nuovo «porto delle nebbie». E il battibecco con Hillary Clinton ha fornito l’occasione per far scattare la scenografia di un’operazione che porta alla luce molto malcostume, poca - al momento - corruzione e nessuna accusa credibile (neanche tra quelle pecorecce) nei confronti del capo della Protezione civile.
Naturalmente, quando si apre una crepa nella credibilità nazionale, quando questa viene considerata puramente un’invenzione fastidiosa a protezione dei corrotti, i varchi che si aprono sono via via più larghi. Non è un caso che, subito dopo l’attacco a Bertolaso, sia partita, da ambienti internazionali attenti agli equilibri che si definivano nella Banca centrale europea, una campagna contro Mario Draghi, perché vicepresidente per l’Europa di una Goldman Sachs che avrebbe aiutato la Grecia a truccare i conti. Il governatore di Bankitalia, in realtà, ha svolto il suo incarico «dopo» l’episodio di contraffazione dei conti, ma si è comunque lanciato il ritornello sul non poteva non sapere.
Interessante è la notizia raccolta dalla Stampa, il quotidiano più informato di vicende americane, sul fatto che nella connection di truffatori che utilizzò prodotti di Fastweb e Telecom Italia, coinvolgendone - secondo l’accusa - alcuni manager, per gigantesche evasioni fiscali, appaia anche un esponente di una mafia russa, Eugene Gurevitch, fornito di passaporto americano dall’Fbi. Tutte le vicende di Mani pulite sono percorse di «amici americani» con particolari entrature nell’establishment anche economico-finanziario italiano. Basti ricordare la presenza dello «spione di Wall Street», al recentemente molto ricordato festino natalizio di Antonio Di Pietro.
La fase internazionale che viviamo è delicata, l’Europa è divisa tra chi vuole rilanciare una sorta di Fortezza Europa (rinunciando per esempio all’aiuto del Fmi per la Grecia o, addirittura, come ha fatto il governo belga - sembra d’intesa con quelli tedesco, olandese e lussemburghese -, chiedendo agli americani di ritirare i loro armamenti «nucleari» dal Vecchio Continente) e chi cerca di tenere fermi i contatti oltreatlantici. Come in ogni fase di crisi, poi, si cerca di ridisegnare i rapporti di potere nei vari comparti economici: a partire dalle operazioni di speculazione sull’euro che tanto invogliano finanzieri come George Soros (e i suoi amichetti italiani) fino alle manovre nel campo delle telecomunicazioni, dell’energia, del petrolio. La tanto vituperata Italia ha un suo ruolo non secondario in tanti campi. La tentazione di destabilizzarla (il ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola lo ha sottolineato, ieri), anche se non c’è al momento una forte volontà soggettiva in azione, è permanente: soprattutto se ci si fa male da soli. Da dopo il ’92 non solo non si sono risolti alcuni fattori che spingono alla corruzione (la pura repressione, per di più unilaterale, produce nel medio periodo nuova corruzione), ma si è soprattutto disgregato un ceto politico, una parte massacrato da inchieste «mirate», una parte (sinistra Dc ed eredi del Pci) per viltà. Il che tra l’altro ci ha reso permanentemente vulnerabili sul piano globale, come insegna la storia delle privatizzazioni fatte dai più eccelsi moralizzatori. Oggi siamo a una nuova fase delicata, il suicidio sarebbe certo se ci si affidasse solo a quei settori militanti-corporativi della magistratura che cercano un potere che non sono peraltro in grado di esercitare.