Destinazione Giochi Storie di uomini dietro una fiaccola

La porteranno verso Torino Tomba, Meneghin, Klammer. Ma anche il giovane rugbista che ha sconfitto il male. Il pronipote di Spyridon Louis. E Stefano, che dice: «Scappo con la torcia»

Andrea Fanì

Prima l'epica: 10mila persone accompagneranno la Fiaccola Olimpica nel Viaggio in Italia (ogni regione, ogni provincia), fino alla cerimonia d'apertura dell'Olimpiade invernale di Torino. Poi i numeri: 64 giorni, 11mila chilometri, oltre 10mila tedofori, scelti dallo staff Samsung dopo durissima selezione. Infine le storie: quelle di chi porterà la fiamma di Olimpia, da Roma (8 dicembre) a Torino (10 febbraio 2006). Ogni tedoforo coprirà, torcia in mano, 400 metri. Di corsa, passeggiando, sorridendo, piangendo, salutando mogli, madri, fidanzate, tutti. Tedofori famosi nel mondo (esempi, Alberto Tomba, Dino Meneghin, Franz Klammer), e tedofori famosi nel quartiere (o neanche lì). Per tutti pochi minuti d'emozione: fermi nella memoria, dureranno per sempre.
Ecco alcune storie. Ognuna di loro porta con sé un messaggio da lasciare al mondo, come una fiaccola da lasciare al compagno successivo, o all'umanità intera.
VIVERE. Marco (nome di fantasia) ha 15 anni e gioca a rugby, un po' pilone («il suo ruolo», racconta la madre) e un po' ala («perché ora è più magro, ma a lui non piace»). Nel 2001 aveva 11 anni, a rugby giocava già. Poi ha cominciato a stare male. Il 21 settembre di quell'anno i medici dicono: «Linfoma di Hodgkin». Di questa malattia si muore. Marco non sa tutta la verità, solo l'indispensabile: «Ora bisogna lottare, come in partita. Sei mesi di cure e tutto tornerà come prima». Marco guarda mamma e papà: «Va bene, ma voglio tornare a giocare a rugby». Le lezioni private per non perdere gli studi; i racconti sportivi del padre - ex ciclista dilettante - per tenere alto il morale; flessioni e addominali perché «un pilone deve tenersi in forma»; l'affetto della sorellina, allora 9 anni, «sempre coraggiosa», racconta la madre.
Marco lotta come un pilone, contro i dolori della chemio e la nausea e la paura. Perché vuole tornare a scuola, e vuole tornare sul campo. Tornare a vivere. E ci torna, vince. Oggi: «Facciamo controlli ogni quattro mesi. Mio figlio ha cambiato squadra, io mi sono data al nuoto, mia figlia pure, mio marito continua con la bici. Devo molto allo sport, ha tenuto viva nella mia famiglia la speranza: alla fine del tunnel avremmo ritrovato la serenità. E devo molto alla fondazione Città della Speranza, di Padova: un ospedale per bambini malati di cancro». Marco adesso frequenta il liceo. E il campo da rugby. «Quando finisce la partita e lo vedo sporco di fango mi viene da piangere. Se si sporca vuol dire che gioca. Se gioca vuol dire che sta bene. Porterà lui la fiaccola, è un sogno che si avvera. Quando gliel'ho detto, però, mi ha risposto: “Basta che non perdo giorni di scuola”».
RICORDARE. Guido Zandonà ha 16 anni. Va al liceo nella sua Vicenza, e scia. È uno dei giovani più promettenti dell'Olimpo Ski Team, allenato da Beppe Trevisan (ct dell'Argentina). Guido: «Mia nonna è greca, ma in Italia da quando aveva 3 anni. Mi parla della Grecia, e di quel parente che correva la maratona». Il «parente che correva la maratona» è Spyridon Louis: la maratona, oltre a correrla, l'ha vinta. Nel 1896, Atene, prima Olimpiade moderna. Guido è suo pronipote. Ora c'è il futuro da inseguire: «Voglio laurearmi, diventare biologo. Lo sci? La Nazionale è un sogno, non un assillo». Verso il futuro, tra un libro e uno slalom, ricordando sereno l'eco gloriosa del lontano parente.
GIOIRE. 28 luglio 1980. Mosca (allora Urss), stadio Lenin. Nel silenzio, lo start della finale dei 200 metri si sente bene dagli spalti. Anche dal posto dove è seduto Aldo Ajello, allora ventenne, in vacanza per seguire l'Olimpiade. «Mennea parte malissimo, poi recupera, recupera, alza il dito al cielo. Ha vinto. In tribuna noi - pochi - italiani, saltiamo di gioia. Mi sento toccare sulla spalla, è un ragazzo russo che sorride del mio entusiasmo. Mi regala delle spille, la bandiera dell'Urss, la mascotte dei Giochi, la faccia di Lenin. Io, stupito, non so che fare. D'istinto mi tolgo il cappellino, glielo passo. Più spirito olimpico di così...». Aldo porterà la fiaccola: più spirito olimpico di così...
INSEGNARE. Olimpiade invernale, Grenoble, Francia, 1968. Nel «bob a 4» l'Italia vince l'oro. Monti, De Paolis, Armano. E Roberto Zandonella. Che oggi allena i ragazzi dello Sci Club Nottoli, Vittorio Veneto. «Cerco di trasmettere loro un messaggio: lo sport insegna a vivere. Ho provato una gioia immensa sul podio di Grenoble, ma vincere non è tutto. E perdere non è un dramma. La gioia più grande non è l'inno nazionale con la medaglia al collo, ma incontrare i tuoi ex allievi e sentire il calore e la gratitudine». Ieri olimpionico, oggi tedoforo.
CORRERE. «Mia moglie: “se non la smetti ti mollo”. Ma il tempo passa e lei è la mia prima tifosa». Stefano Casadei è un artigiano piemontese, 39 anni. Ha un vizio: correre. Prima pochi chilometri, poi la maratona, poi oltre (50/60 km), poi all'infinito (o quasi, 150 km). Nel deserto, perché in strada è troppo facile. «Nel Sahara, o sull'isola di Capo Verde, che a sentirla uno s'immagina alberi ovunque, invece è tutta una duna sull'oceano. Si parte con roba da mangiare, da bere, da vestire, una mappa e una bussola. Ogni 25/30 km c'è un controllo. Se non ti vedono arrivare, mandano i soccorsi. Se tu sai di non arrivare, spari un razzo segnaletico in aria. Tutto qua».
Mica vero, che è tutto qua: «Farò la Transmauritania, 540 km sulla strada - per modo di dire - dei Tuareg». Prima c'è la Fiaccola: «400 metri fantastici». Pochi per uno abituato ai chilometri. «Forse scappo con la torcia e arrivo al Sestriere...». Scherza. Forse.