Il destino di Battisti appeso ai cavilli di Lula

Il presidente brasiliano deve decidere sul rimpatrio. Secondo alcune
voci sta cercando un pretesto per trattenerlo. Ma ha spazi di manovra
limitati e non vuole rovinare l’immagine del Paese. Le prove e i testimoni che <strong><a href="/esteri/nelle_carte_prove_e_testimoni__che_inchiodano_killer_fuga/20-11-2009/articolo-id=400396-page=0-comments=1">inchiodano il killer in fuga</a></strong>

Neanche ventiquattr’ore dopo, i giornali brasiliani cominciano a smontare quel che il Supremo Tribunal Federal ha appena deciso. Sì, Cesare Battisti dev’essere estradato, la sentenza non può essere interpretata e aggirata, ma questo non vuol dire che debba necessariamente essere imbarcato su un aereo e spedito in Italia. Lo stesso Tribunale di Brasilia ha lasciato l’ultima parola al presidente Luiz Inacio Lula e ora Lula si trova davanti ad un bivio assai scomodo: dare ragione ai magistrati e sconfessare così il ministro della Giustizia Tarso Genro, che aveva concesso all’ex terrorista dei Pac l’asilo politico, oppure seguire la strada aperta dal Guardasigilli e mettersi contro il potere giudiziario. Una situazione imbarazzante, senza contare gli eventuali contraccolpi nei rapporti con l’Italia, partner molto importante per lo sviluppo del Brasile. Come uscirne?

La stampa brasiliana è zeppa di retroscena, ipotesi e teorie varie. Secondo il quotidiano di San Paolo, Folha, Lula cercherà di tenere Battisti in Brasile; per questo, il presidente starebbe studiando un possibile appiglio giuridico per fermare la macchina dell’estradizione. Se non lo troverà, si potrebbe appellare addirittura «al fondato timore di persecuzione politica» nel nostro Paese per stoppare il viaggio di rientro di Battisti in Italia. Mentre quest’ultimo, a chi lo va a trovare, dice di essere ottimista sulla decisione del presidente. Francamente, la nostra diplomazia italiana è convinta dell’esatto contrario. Lula si starebbe orientando verso una soluzione morbida, ma il suo intendimento sarebbe quello di liberarsi di Battisti e dei fantasmi del passato che ostacolano solo le buone relazioni fra i due Paesi. Il Presidente vuole accreditare nei salotti che contano l’immagine di un Brasile moderno, al passo con i tempi, non più prigioniero di consuetudini e tradizioni incomprensibili in Europa.

Dunque, non ci sarebbero margini per mettersi di traverso alla scelta della magistratura. Anche l’ipotesi ventilata dal quotidiano O Globo appare piuttosto debole: Lula lascerebbe Battisti a Brasilia coprendolo con la coperta dei motivi umanitari. Improbabile. Semmai, a meno di un qualche colpo di scena, è sui tempi che si giocherà il finale di partita. Il Brasile aspetterà che gli animi si raffreddino, processerà con tutta calma il prigioniero, che prosegue lo sciopero della fame nel carcere di Papuda, per essere entrato in Brasile con i documenti falsi, poi ad un certo punto lo spedirà a Roma. Anche il presidente del Senato brasiliano José Sarney si esprime a favore dell’estradizione di Battisti: «Lula è il capo della nazione. Deve compiere questo atto». E sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizza il vice di Lula, José Alencar: «Se fossi al posto del presidente confermerei la decisione del Supremo Tribunal Federal».
Difficile, davvero difficile capovolgere il verdetto. Solo Tarso Genro insiste: «Se Lula mi consulterà, tornerò a difendere la mia posizione». Piuttosto, Battisti verrà consegnato all’Italia con una clausola anti ergastolo, pena che laggiù non esiste: al massimo resterà in cella per trent’anni. Dettagli, dopo una fuga che è durata una vita.