Il destino dei Savoia nelle mani di Alba

Ieri la prima parte di Domenica in - quella sottotitolata «l’Arena» - è stata dedicata a Casa Savoia. O, più precisamente, alla richiesta di risarcimento che Vittorio Emanuele e il figlio Emanuele Filiberto hanno avanzato nei confronti dello Stato italiano. L’argomento è importante per le sue implicazioni e connessioni storiche: implicazioni e connessioni che superano di molto le meschinità personali e il pettegolezzo che ne deriva.
Tra coloro che il conduttore Massimo Giletti aveva invitato a dibattere e commentare figurava uno dei protagonisti della vicenda, Amedeo d’Aosta. S’è infatti discusso anche di chi debba essere considerato erede della dinastia sabauda, se Vittorio Emanuele o, appunto, il cugino del ramo cadetto. È stata intervistata Maria Gabriella, sorella di Vittorio Emanuele ma in totale disaccordo con la sua iniziativa legale, sono intervenuti i rappresentanti delle due contrapposte fazioni monarchiche, impegnati a difendere il diritto dell’uno o dell’altro principe a un trono che non c’è. Il tono generale oscillava tra la seduta della consulta araldica e Un giorno in pretura. La domanda proposta, in un telesondaggio, agli spettatori, per decidere quali dei due eredi o pretendenti sia considerato più degno ha visto prevalere con maggioranza schiacciante Amedeo.
Ho già avuto modo di esprimere la mia opinione - credo sia quella di una stragrande maggioranza di italiani - sull’opportunità e sulla decenza dell’azione intrapresa da Vittorio Emanuele, noto alle cronache più che alla storia: cronache, come tutti sappiamo, che nulla hanno aggiunto, anzi qualcosa hanno tolto al prestigio della casata.
È lecito avere qualche dubbio sull’attualità e accettabilità dell’impedimento che avrebbe fatto decadere Vittorio Emanuele da ogni diritto dinastico: ossia la sua decisione di sposare, senza l’assenso paterno, o addirittura contro la volontà paterna, la «commoner» Marina Doria, sprovvista di titoli nobiliari. Roba, si dirà, d’altri e non rimpianti tempi. Nel suo divieto, motivato da una tradizione equiparata alla legge, Umberto II fu molto ligio a preclusioni e discriminazioni che oggi possono apparire superate, se non grottesche. Sta di fatto che dopo i detti e gli atti di Vittorio Emanuele, quella rigidità di Umberto - conosciuto per la sua natura cortese, amabile, indulgente - ha acquistato a posteriori una giustificazione. Anche a prescindere dalla questione, o questioncella, della moglie di sangue blu - o non - su Vittorio Emanuele c’era e c’è molto da ridire. Amedeo ha dato, sui teleschermi, un’impressione di pacatezza e ragionevolezza che il cugino non riuscirebbe a trasmettere nemmeno sotto tortura. Sui danni che Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto pretendono dalla Repubblica - ossia dai contribuenti italiani - ho già avuto modo di esprimere il mio parere. Siamo in molti ad avere rispetto per la monarchia e per i suoi meriti passati oltre che per Umberto II, dignitoso e riservato. Ma non accettiamo l’idea che un Paese trascinato in una guerra catastrofica con la firma del sovrano regnante - il quale oltretutto l’appose anche alle inique leggi razziali - debba pagare sia pure un soldo, o un euro, agli ultimi esponenti della dinastia. Ultimi non solo in senso cronologico.
Un tema, questo dei Savoia e delle loro istanze e iattanze, che è intriso di memoria storica, di antiche glorie, di terribili errori contemporanei, di lacrime e sangue. Per trattarlo adeguatamente Giletti s’è rivolto anche ai soliti noti del solito giro televisivo: inclusa l’immancabile Alba Parietti. Sì, tutto finisce all’Alba e le tragedie epocali diventano talk show e gossip.
Mario Cervi