Il destino del Senato in mano a Mr Pallaro

Laura Cesaretti

da Roma

«Pallaro non scioglie la riserva», titolavano ieri le agenzie di stampa, e nemmeno Il Male, mitico foglio satirico dei tempi andati, avrebbe saputo inventarsi notizia più surreale.
Surreale ma vera, ahinoi: tanto che ieri il neosenatore della pampa è salito a colloquio con Romano Prodi. Ma mica è ancora finita, ha fatto sapere: «Mi aspetto di incontrare Berlusconi tra domani e dopodomani». Nel frattempo, concede, «analizzerò attentamente i programmi che mi ha presentato Prodi». Certo, sospira pensando forse al tasso d’inflazione argentino in risalita, «noi non possiamo permetterci il lusso di stare cinque anni all’opposizione» ma neppure «possiamo vendere la pelle così facilmente». E dunque Pallaro non scioglie la riserva, deciso a proseguire l’asta fino all’ultimo momento utile: «Deciderò in questi giorni», e perché nessuno si illuda avverte: «Ci sono dei matrimoni in cui la sposa va all’altare e all’ultimo momento dice no». Fantastico: a Palazzo Madama è stato prontamente ribattezzato «il Mastella del Rio de la Plata», ma al suo confronto il leader Udeur è un vero pivello, e anche i mercanti del suk di Marrakesh potrebbero prender lezioni. Fatto sta che a Prodi è toccato assicurargli che «l’Unione è disponibile a fare una politica per l’America Latina», e ad «accogliere i reclami delle comunità italiane», che minacciano di diventare la lobby più potente della legislatura.
Luigi Egidio Pallaro, nato nella bassa padovana ed emigrato nel ’52 in Argentina, è la star della Roma politica di questi giorni. Anche se ieri la sua luce ha rischiato di essere offuscata da quella della tirolese Helga Thaler Hausserhofer, che in quanto senatrice Svp è contata in quota Unione, ma avendo confessato che per lei «Andreotti è il candidato perfetto» ha fatto tremare Marini per mezza giornata. Ai mercanteggiamenti pallariani sono appese le sorti della presidenza del Senato, i tempi dell’incarico a Romano Prodi e la prova di esistenza in vita della maggioranza. Il Male ci andrebbe a nozze, e invece è cronaca vera.
Pallaro in pochi giorni ha fatto venire il mal di mare a entrambi gli schieramenti. La notte delle elezioni è stato anche grazie a lui che Fassino ha annunciato «abbiamo vinto» quando i conti del Senato ancora non tornavano. Già, perché Pallaro era un candidato «indipendente» ma il suo programma era chiaro: «Starò con chiunque vinca», e quindi l’Unione lo ha prontamente messo in conto. Ma l’arzillo ottantenne ha capito che poteva far fruttare il suo ruolo di ago della bilancia. Ha fatto circolare la voce che la fiducia a Prodi non era affatto scontata, e il povero Tremaglia ci è cascato subito: «La maggioranza non c’è più». Pallaro ha smentito: «Non mi sono arruolato nella Cdl». Poi ha riaperto l’asta: «Se è vero che è il mio voto a decidere, va pensato bene». Si è disturbato ad attraversare l’Atlantico (e sarebbe interessante far sapere ai contribuenti quanto costeranno loro i viaggi transoceanici in prima classe dei vari australiani, brasiliani e king of pasta di Chicago eletti al Parlamento di Roma) chiarendo che non sarebbe tornato a Buenos Aires senza incassare qualcosa di concreto. Ieri ha chiamato a rapporto Prodi, poi toccherà a Berlusconi. E fino a venerdì non scioglierà la riserva sulle sorti della Repubblica italiana.