La destra «chic» di Fini difende gli stranieri con metodi da Ventennio

Dice Filippo Rossi che non sta bene indicare la nazionalità dell’autore di un reato. Che non sta bene scrivere sui giornali che a violentare ripetutamente una donna sono stati, mettiamo, tre albanesi. Che lo spacciatore di droga è un marocchino. Che a derubare della sua pensione una anziana signora è stato un romeno. Dice Filippo Rossi che quell’«albanese», quel «romeno», quel «marocchino», sono particolari «assolutamente irrilevanti». Così che, conclude Filippo Rossi, si impone con urgenza un «Codice etico specifico», una «Carta dell’Ordine» inteso come Ordine dei giornalisti, che precluda al cronista l’uso di connotazioni etniche nel riportare i fatti di cronaca nera.
Filippo Rossi è una testa d’uovo alla corte di Gianfranco Fini. Sono in molti a sostenere che sia addirittura il suo più ascoltato consigliere (e in tal caso si spiegherebbero molte cose). Responsabile della versione on line di FareFuturo, la fondazione «politico-culturale» che fa capo al presidente della Camera e che si propone di modernizzare la destra italiana, di farla «vincente» perseguendo, fra l’altro, «una visione dinamica dell’identità nazionale» (e con questo si capisce tutto), Filippo Rossi ama definirsi un Gianburrasca. Gli piacciono, insomma, le marachelle. Per il Gianburrasca modernizzare la destra (e farla «vincente») è un gioco da ragazzi. Da un lato essa non deve «rinchiudersi nell’antro di Polifemo ma prendere il largo insieme a Ulisse». E fin qui, fessaggine della metafora a parte, niente di che. Il bello viene adesso: Polifemo o non Polifemo, Ulisse o non Ulisse, quella che Filippo Rossi vagheggia è infatti una destra «trendy, alla moda». E bisogna ammettere che a una destra di ispirazione Dolce e Gabbana, be’, non c’era arrivato nessuno.
È comunque di sicuro «trendy», di sicuro «alla moda» (collezione autunno-inverno), battersi affinché sia garantito l’anonimato etnico di quanti si mettono contro la legge. Rosy Bindi non fa che ripeterlo. Ma decisamente poco «trendy» e assolutamente fuori moda il metodo indicato, cioè il fascistissimo controllo sulla stampa. È evidente che la lingua di Filippo Rossi e del suo ventriloquo Gianfranco Fini seguita a battere dove il dente del «male assoluto» duole. Dalla richiesta di una «Carta dell’Ordine» (Ordine, quello dei giornalisti, di maschia origine fascista), traspare infatti la nostalgia per il Minculpop, del quale certamente Filippo Rossi potrebbe essere il Galeazzo Ciano. Per passare da quel «Minimizzare il Natale», che resta una delle perle delle veline del Ventennio a «Minimizzare la criminalità degli extracomunitari o comunitari quando romeni». Tocca dunque proprio a noi, che se c’è una cosa che ci fa girar le scatole è la ventosa retorica sulla stampa libera&indipendente, ricordare a Filippo Rossi che non è irrilevante e meno che mai assolutamente irrilevante, dar conto ai lettori, all’opinione pubblica, della nazionalità dell’autore del tal omicidio o stupro o rapina. Vuoi per la sempre pretesa completezza dell’informazione, che se non è completa puzza al naso delle coscienze critiche della nazione di collusione col nemico, vuoi per contribuire al processo di integrazione multiculturale, etnica e religiosa, per aderire a quella «visione dinamica dell’identità nazionale» che tanto sta a cuore ai Filippi Rossi di destra e di manca. Imponendo, come il Giamburrasca di FareFuturo pretende, il chador alle notizie al fine di rappresentare le turbe di gentili ospiti romeni, extracomunitari, zingari eccetera, immuni dal commettere atti delittuosi, tutti santi, insomma, significa travisare coscientemente la realtà, ciò che non giova al benedetto processo d’integrazione, che ha bisogno di fatti e non di favole. Certo che deve avere le idee un poco confuse, quel Filippo Rossi: li induce a raccontar balle e poi invoca per i giornalisti un codice etico. Va bene prendere il largo insieme a Ulisse, ma a condizione di restar sobri durante la navigazione. Sennò ogni secca è tua e te la saluto la destra «vincente».