Destra o sinistra: l’Udc al bivio

Gianni Baget Bozzo

Vi è una indubbia tendenza dei postdemocristiani di ambedue gli schieramenti a convergere sulle medesime politiche, nella medesima direzione. Il bipolarismo si è compiuto distruggendo quella realtà del «centro» che era il luogo politico della Democrazia Cristiana. Anzi esso è nato proprio perché si voleva rendere impossibile quella sintesi politica che, per lungo tempo, fu data dalla Dc, caratterizzata da un voto cattolico, distante sia dal capitalismo sia dal comunismo. Ma il temperamento politico dei democristiani è notevole ed essi sono riemersi ovunque, a destra e a sinistra, quasi a ripristinare quel tanto di centro che può esistere quando il sistema del Paese è divenuto bipolare. È l’elettorato che ha rifiutato il centro e ha voluto dividersi in destra e sinistra, in modo da far sì che la scelta elettorale fosse politicamente chiara. Le strizzate d’occhio tra esponenti della Margherita e dell’Udc non si contano: ma soprattutto contano le affinità, sia in politica estera sia in politica economica trasversali agli schieramenti bipolari.
Il più anticomunista dei leader democristiani, Alcide De Gasperi, ha definito la Dc un partito di centro che guarda verso sinistra. E così è sempre stato, il potere democristiano si è fondato sulla discriminazione costituzionale della destra e sull’accordo costituzionale con la sinistra e direttamente con il Pci. Solo le circostanze determinarono una scelta a destra dei democristiani, e fu quella che avvenne, con Casini e Mastella, nelle elezioni del ’94.
L'Udc da allora ha avuto una scissione a sinistra, quella di Mastella, mentre Casini ha cercato di costituire un’alleanza con Berlusconi, ma sentendola troppo stretta, troppo lontana dalle concezioni originarie democristiane.
È il popolo, l’elettorato, che ha determinato questa scelta contro storia fatta dall’Udc. Non si poteva non prendere i voti che a destra, questa è la verità di Casini: ma i democristiani sono di centro perché guardano a sinistra, questa è la verità di Follini.
Ora questa affinità tra democristiani degli opposti schieramenti è stata evocata da Enrico Letta quando ha dichiarato che occorre espandere verso la destra la maggioranza governativa in Senato.
A cosa pensa il sottosegretario quando fa queste dichiarazioni? Certamente egli parla da autorevole membro del governo e non da dirigente di partito, quindi pensa a un’acquisizione di singoli voti, non a un vero patto politico.
Ma il problema si complica per via della questione del partito democratico su cui la Margherita, di cui Letta è un esponente, si è impegnata. Se qualcosa dei democristiani del centrodestra si staccasse dall’alleanza con Berlusconi, sarebbero questi nuovi adepti del centrosinistra ammessi nel partito democratico? O rimarrebbero sospesi in Parlamento nell’area di nessuno, in una operazione politicamente per loro di pura perdita con solo vantaggi di sottogoverno? Si tratta di un allargamento dell’alleanza o di una integrazione episodica nella maggioranza di governo su temi puntuali? Sarebbero i nuovi adepti componenti ammesse nel dialogo per la fondazione del partito democratico? E lo spostamento dell’alleanza verso il centrodestra sarebbe accettato dalle altre componenti dell’Unione? Da una maggioranza bipolare, scelta dal popolo, passeremmo ad una maggioranza governativa, rompendo il nesso fondamentale tra scelta popolare e schieramento parlamentare. Sarebbe un cambiamento del senso e della qualità dell’alleanza di sinistra.
All’Udc sta di chiarire la sua posizione di partito di centrodestra che tutela i ceti medi e la proprietà privata, valorizzando gli elementi fondamentali della dottrina sociale cattolica. Solo così si possono giustificare le ambizioni alla leadership che, con la scelta della tre punte nelle campagna elettorale politica, l’Udc ha fatto propria. Deve creare un linguaggio di centrodestra, sfidando in questo senso anche Forza Italia e ispirandosi alla linea della Cdu-Csu che in Germania ha creato il suo capitalismo renano, opponendosi come alternativa ai socialdemocratici.
Chissà se questa scelta non porrà il problema dei rapporti dell’Udc con i dioscuri della sinistra interna, Follini e Tabacci, ormai fuori anche dall’apparenza di una disciplina di partito. Definire culturalmente l’Udc come partito di centrodestra è il compito che sta ora a Pierferdinando Casini, sfidato dalle offerte del sottosegretario alla presidenza. Se vuole prepararsi a candidature di schieramento, occorre uscire dalla tradizione del centro che guarda a sinistra e riprendere i temi di libertà e proprietà ordinari della tradizione cristiano sociale.
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