«Detassare gli investimenti al Sud e niente Irap sui precari assunti»

Le proposte del viceministro all’Economia Baldassarri: «Sì a misure una tantum per finanziare ponti o strade»

Gian Battista Bozzo

da Roma

«A chi chiede più soldi per la famiglia, o per il sostegno alle imprese, dico: benissimo, ma indicate dove prendere i fondi». Proprio perché la coperta è corta, spiega il viceministro dell’Economia Mario Baldassarri, bisogna calibrare molto bene le scelte della Finanziaria. Ma si può fare qualcosa di più, soprattutto a partire dagli investimenti: «Una misura una tantum, anche una sanatoria, per costruire una strada o un ponte, dal punto di vista contabile non fa una piega».
Non le pare eccessivo, professor Baldassarri, ricorrere a più vertici di maggioranza per ripartire il miliardo destinato alla famiglia? E non le pare eccessivo parlare di crisi politica, come fanno alcuni esponenti centristi, per un taglio da 140 milioni?
«Siamo di fronte a un passaggio delicato, che deriva da una scelta politica coraggiosa. A differenza del governo Amato, che buttò 50mila miliardi di vecchie lire nell’ultimo anno di legislatura, questo governo non ha fatto una Finanziaria elettorale. Condivido questa scelta, e sono certo che pagherà anche in termini di consenso elettorale. Proprio da questa scelta responsabile deriva il difficile passaggio di queste ore. Dobbiamo rispettare due paletti: nessuna ripresa economica può essere fondata sulle sabbie mobili dello squilibrio dei conti pubblici; il secondo paletto è che, comunque, questa manovra dev’essere di quantità e qualità sufficienti. Perché è chiaro che, comunque lo si faccia, il taglio del deficit produce un effetto frenante sull’economia che deve essere bilanciato da misure di rilancio».
Non resta molto, tolti i 16 miliardi previsti fra taglio di deficit e spese obbligatorie da finanziare.
«Ci sono i due miliardi per la riduzione del costo del lavoro, e poco più di un miliardo per la famiglia. Da soli non bastano. Ecco perché potremmo ricorrere a due ulteriori sforzi: il primo è rappresentato da provvedimenti che non costano, ma che egualmente rappresentano una molla per lo sviluppo e un sostegno per le famiglie. Per esempio, ne elenco tre: la fiscalità zero per 5 anni per gli investimenti al Sud, che non richiede alcun permesso dalla Ue; l’esenzione Irap per tutti i contratti precari che vengono trasformati in tempo indeterminato; l’estensione delle deduzioni per le ristrutturazioni edilizie anche ad altre figure che prestano servizi per la casa e servizi per le persone disabili e/o anziane. Ma c’è anche una seconda strada».
Quale?
«Reperire altre risorse, qualcosa in più da destinare agli investimenti in opere pubbliche. Ad esempio una sanatoria dei contributi Inps non versati, che comunque difficilmente saranno recuperati altrimenti. Entrate una tantum per opere una tantum: una strada, un ponte, un aeroporto. Non ci vedo nulla di male, e dal punto di vista contabile non fa una piega. Se invece voglio misure aggiuntive per la famiglia - penso ad agevolazioni per l’affitto o l’acquisto della casa da parte delle giovani coppie, o il sostegno alla famiglia con figli - allora devo indicare la copertura del finanziamento. Il sostegno alla famiglia - sacrosanto - non può essere solo uno slogan demagogico».
Qualcuno a sinistra e nel sindacato chiede di annullare il secondo modulo di tagli fiscali per destinare 6 miliardi a ridurre il costo del lavoro.
«Vadano a dirlo a quelle famiglie che, proprio grazie ai provvedimenti del governo - pensioni minime a 516 euro, primo modulo e secondo modulo fiscale - si sono salvate dall’area della povertà».
Concludendo: coperta corta, miracoli impossibili.
«Questo è lo sforzo massimo possibile, che deriva da una scelta politica responsabile - quella di rispettare gli impegni presi con Bruxelles - ma anche da un quadro di condizioni date dall’Europa che appare sbagliato, con un dominio della finanza rispetto all’economia reale. Proprio perché abbiamo fatto una scelta di responsabilità, evitando manovre elettorali, abbiamo il diritto-dovere di denunciare una situazione molto preoccupante: quella di macropolitiche europee sbagliate e masochiste. Da una parte, il limite del 3% al disavanzo, applicato all’intero bilancio pubblico compresi gli investimenti ottiene un risultato perverso nel medio-lungo termine, quello di frenare la crescita e di allargare, di conseguenza, gli squilibri di finanza pubblica. Dall’altra parte, un euro sopravvalutato che fa perdere competitività e taglia la crescita europea di più dell’1% di pil. Vedo con preoccupazione anche una tendenza del settore privato europeo a fare utili con la finanza piuttosto che fare progetti di economia reale. La finanza è come l’olio lubrificante, ma se non c’è un motore funzionante l’olio serve a poco».