Un detective travestito contro il killer islamico

In <em>Gli assassini del profeta</em> del turco Somer a indagare è un trans dalla doppia identità. Un assassino fanatico vuol far strage di &quot;pervertiti&quot;. Sarà uno di loro a incastrarlo. L'autore: &quot;Alle storie noir mi piace dare il sapore di champagne&quot;

Ama le gonne nere e attillate, non risparmia mai nell’uso del rimmel e del rossetto. La ceretta non la rende particolarmente entusiasta, ma sa che è necessaria per essere ancora più appetibile con amici e amanti, e così la sopporta ascoltando a tutto volume i dischi di Gonul Turgut e Ugur Akdora, in modo da poter coprire qualche eventuale urlo durante la pratica depilatoria. Le piace essere sempre in ordine. Di giorno lavora come programmatore informatico e sta in prima linea a combattere contro hacker e folli che intasano la Rete e certi siti particolarmente hot, mentre di notte si trasforma nel gestore «al femminile» di uno dei locali più seducenti del quartiere di Beyoglu a Istanbul.
Basterebbero questi pochi elementi per rendere un personaggio originale e unico nel panorama del giallo internazionale la protagonista (rigorosamente senza nome, come nella miglior tradizione del noir) di una fortunata serie di romanzi prodotta a partire dal 2008 da Mehmet Murat Somer. E se in Scandaloso omicidio a Istanbul (Sellerio) l’eroina doveva vedersela con la scomparsa e poi con la morte della bella di notte Buse, in Gli assassini del profeta (in uscita da Bompiani fra pochi giorni) deve indagare sugli omicidi di un barbaro serial killer che sta mietendo vittime nel mondo dei travestiti. Un assassino che nei suoi rituali di morte sembra sempre far riferimento al destino dei Profeti. E così, fra un pomeriggio passato a seguire gli amati telequiz, l’attitudine al pettegolezzo e una chiacchierata sull’adorata Audrey Hepburn, la protagonista transessuale (alla quale gli altri personaggi si rivolgono con «Abla, sorella maggiore») scende per le strade facendo più attenzione al mondo criminale che ai tacchi altissimi indossati di solito.
Lo humour di queste storie le rende appetibili anche quando trattano di fanatismo religioso, della liberalizzazione dei costumi sessuali e della situazione politico-sociale di un Paese come la Turchia. Somer sa che la storia letteraria della sua nazione è iniziata molto tardi e che «il primo vero romanzo turco risale solo a 150 anni fa». Sa anche che la Turchia non ha mai avuto né un grande parco-lettori, né molti autori, anche se negli anni Sessanta sono apparsi sulla scena editoriale i primi scrittori di noir e gialli. Autori sicuramente distantissimi da modelli americani come Spillane. D’altra parte Somer non ha mai amato particolarmente la presenza di troppo sangue e di elementi eccessivamente brutali, nei suoi romanzi. «Mi piace che le mie storie abbiamo il sapore e il profumo dolce dello champagne e delle bubblegum. Voglio scrivere con gioia e ispirare la stessa sensazione nei lettori. Anche quando mi occupo di fatti oscuri voglio dare ai lettori una certa luminosità: cerco di arricchire di colori brillanti tutto ciò che scrivo».
Letterariamente (come ricorda nei lunghi ringraziamenti alla fine de Gli assassini del profeta) il giallista turco ammette di dovere molto ad autori come Honoré de Balzac, Patricia Highsmith, Saki, Truman Capote, Christopher Isherwood, Resat Ekrem Koçu, Andrè Gide, il marchese de Sade, Choderlos de Laclos, Yusuf Atilgan, Hüseyin Rahmi Gürpinar, Gore Vidal, Serdar Turgut. Così come ringrazia l’Onnipotente per aver gustato la musica interpretata dalla Callas, dalla Montserrat Caballè, da Patty Pravo, Juliette Greco, i Supertramp, Placido Domingo. Ma anche, dice, «Mina, che se anche pubblicasse un disco con i suoi rutti lo comprerei. E Barbra Streisand prima che cominciasse a trasformare ogni canzone di tre minuti in un’opera in cinque atti».
Molte di queste suggestioni letterarie e musicali affiorano fra le pagine de Gli assassini del profeta, in cui la simpatica eroina, romantica ma temibile (è esperta di arti marziali), è alle prese con una «guerra santa» contro travestiti e transessuali messa in atto da un serial killer che vuole punire il malcostume delle sue vittime, considerate responsabili di crimini contro la natura e la religione. Sono quindi destinate a perire in un rituale che ricorda vite, attitudini e morti dei venticinque profeti. E mentre sulla chat room più frequentata dai transessuali di Istanbul appaiono i deliranti messaggi di un certo Jihad 2000 che vorrebbe che tutti i pervertiti bruciassero fino alla consunzione e finissero all’Inferno, una mano omicida continua a mietere vittime. Ma certe ragazze, ci ricorda Somer, «hanno l’istinto di sopravvivenza del lupo. Riescono a evitare qualsiasi tipo di disgrazia», basta che stiano lontane da alcol e droghe. E così, mentre le storie sentimentali intorno a lei sembrerebbero volerla intrappolare una volta per sempre, l’appariscente investigatrice continua a cercare indizi che possano dare un volto al serial killer.
Piccante e colorato al punto giusto, Gli assassini del profeta è un romanzo che si distanzia nettamente da precedenti noir cinematografici con al centro le inquietudini sessuali dei protagonisti (pensiamo a Cruising di William Friedkin e a Tacchi a spillo di Pedro Almodóvar), ma anche da serie letterarie come quella della detective lesbica Lauren Laurano della statunitense Sandra Scoppettone o quella dell’ispettore bisex con preferenze omosessuali Daquin creato dalla francese Dominique Manotti. Mehmet Murat Somer, infatti, regala ai lettori un universo variegato di caratteri che non diventano mai macchiette e tiene basso l’indice di violenza, anche quando si tratta di fatti di sangue o scabrosi.