«Detenuti e sorvegliati al lavoro per l’Expo»

Opportunità dalle imprese: previsti 98mila nuovi posti

Per passare la prova dell’Expo 2015 le imprese milanesi si dicono pronte ad investire oltre 4 miliardi di euro, ma soprattutto a fare 98mila nuove assunzioni, tra impiegati a progetto e a tempo indeterminato. Coinvolgimento diretto che si traduce in necessità di incrementare l’organico aziendale per il 77 per cento delle realtà interpellate: la metà delle quali promette almeno due contratti.
Opportunità da non lasciarsi sfuggire, insomma. La Provincia di Milano sta valutando anche altre possibilità d’occupazione, quelle cioè che riguardano carcerati e persone soggette a misure alternative alla detenzione. Una quota consistente potrebbe essere «arruolata» nella preparazione e realizzazione dell’esposizione universale. Dai cantieri aperti per grandi opere e infrastrutture all’accoglienza di operatori specializzati e turisti. La proposta è del Garante presso Palazzo Isimbardi dei diritti delle persone limitate della libertà, Giorgio Bertazzini, che ha fatto richiesta scritta a Filippo Penati, presidente con delega ai grandi eventi di Expo 2015. «Una lettera contenente l’invito a promuovere la collaborazione tra le istituzioni interessate, così da costruire una piattaforma di reinserimento sociale per soggetti in difficoltà e da recuperare», spiega il Garante. Due le strade percorribili. Impieghi all’interno dei penitenziari potenziando l’esistente; oppure all’esterno, per chi può essere ammesso ai benefici di legge e con le relative misure di sicurezza disposte dalla magistratura di sorveglianza. Secondo l’equazione: meno si prolunga la permanenza in carcere e più la si rende impegnata e operosa, meno probabilità ci sono che il soggetto torni a delinquere.
Al momento non è ancora pervenuta una risposta ufficiale, ma il suo ufficio conta di ottenere piena disponibilità dal numero uno della Provincia e dalla sua giunta, considerati «gli ottimi rapporti e la lunga e importante tradizione nel settore». Intanto Penati prefigura «posti di lavoro stabili per i giovani dell’area metropolitana». E aggiunge: «Se si continua a ragionare solo di edilizia e di autostrade, alla fine i posti creati saranno occupati tutti da lavoratori stranieri, ed era meglio che avesse vinto Smirne». A differenza di quanto accaduto con la fiera Rho-Pero, stavolta «non dovranno beneficiarne soltanto i muratori romeni o albanesi o turchi». Come a dire: «C’è spazio per tutti (gli altri), detenuti compresi».
Dichiarazione d’intenti che si staglia sulle cifre fornite dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aggiornate a fine 2007, e dunque da considerare già superate (al rialzo). Quando la popolazione carceraria lombarda era di 7.500 unità - la metà stranieri -, 4.800 circa si trovavano nei quattro istituti della provincia, a fronte di una capienza massima tollerabile di 5.300 persone. Tremila i condannati definitivi, uno su tre con pene che non vanno oltre un anno di reclusione; il resto è in attesa di giudizio. Otto detenuti su dieci hanno tra i 20 e i 50 anni di età. Al di là delle considerazioni sul sovraffollamento e sui servizi minimi garantiti, fanno riflettere i dati relativi alla condizione lavorativa degli «ospiti». In complesso, il 29,1 per cento di chi vive oltre le sbarre si dà da fare in qualche modo. Risultano impiegati alle dipendenze dell’amministrazione giudiziaria in 1.700 (1.500 gli uomini); 450 i dipendenti «esterni». Tra coloro che prestano la propria opera in carcere, la stragrande maggioranza è occupata in servizi d’istituto, segue manutenzione ordinaria dei fabbricati, servizi extramurari, artigianato. Nessun impiegato in colonie agricole. Solo due i tirocini formativi avviati a Milano e diretti a beneficiari dell’indulto. I dati nazionali, inoltre, riportano un quadro in cui prevalgono i detenuti con diploma di scuola media inferiore (34 per cento), il 4,8 per cento ha istruzione superiore e appena l’1 per cento è laureato. In duemila hanno almeno un figlio da mantenere fuori, e spesso versano in stato di totale indigenza. Per loro, un lavoro può diventare il passe partout verso la libertà. L’altra faccia di chi aspetta l’Expo.