Da detenuti a soldati del jihad: ora in cella l’islam fa paura

Per molti stranieri la fede è un’ancora di salvezza. Ma è facile che
diventi indottrinamento, soprattutto fra i meno integrati

Fra i tanti problemi posti dall’eccessiva presenza in Italia d’immigrati, uno dei più difficili da risolvere è quello dell’alto numero di musulmani nelle carceri. Si tratta di molte migliaia di persone che si trovano a vivere una delle esperienze più dolorose, quale appunto quella della privazione della libertà, in un ambiente dove non si parla la loro lingua, dove non possono condividere col compagno di cella né ricordi del passato né progetti per il futuro; dove, insomma, l’«estraneità» della terra d’origine, della patria, della religione, dei costumi, dei sentimenti, delle abitudini quotidiane, già tanto forte all’esterno, assume in un certo senso una dimensione «essenziale». Soltanto se si fa lo sforzo di comprendere quest’aspetto del vissuto carcerario dei musulmani ci si può rendere conto di come la scoperta o la riscoperta della devozione religiosa, attraverso le cure che in tal senso porgono loro i più solerti compagni, divenga un legame e una forza di salvezza.

Di fatto è stato organizzato un sistema di recupero al Corano nei confronti dei prigionieri, anche di quelli più lontani dall’osservanza della fede: cosa che senza dubbio aiuta psicologicamente le singole persone, specialmente quando sono state trascinate nella criminalità del furto o della droga dalla mancanza di un qualsiasi ordine di vita e di lavoro. Ma soprattutto le spinge a trovare un nuovo centro d’interesse e una guida concreta proprio perché il Corano non è soltanto un testo sacro quanto un codice simultaneamente civile e religioso; una voce che dice al credente come Dio gli indichi una strada sicura nella quale non sarà mai lasciato solo purché sia fedele alle preghiere e ai precetti quotidiani. Questa, però, è soltanto una premessa a ciò che sta diventando una forma di organizzazione disciplinata e attenta di molti degli immigrati musulmani che, proprio perché selezionati fra quelli meno integrati in Italia e già predisposti alla devianza come i prigionieri, possono più facilmente diventare portatori di un’esasperata volontà di riscatto islamico, ed eventualmente anche eversiva. In altri termini, non è inverosimile supporre che si stia sviluppando una forma di vero e proprio indottrinamento dei prigionieri che porti, attraverso la maggiore fedeltà al Corano, al recupero della forma più radicale d’identità musulmana, quella che non ammette l’esistenza di «infedeli», i quali vanno combattuti e vinti in nome di Allah.

È questo un aspetto nuovo delle difficoltà che l’immigrazione pone agli italiani. Lontani come sono ormai in grande maggioranza da una fede che li induca alla battaglia, i cattolici non riescono a rendersi conto della forza di una fede religiosa quando è sentita in forma assoluta. Nelle carceri si trovano naturalmente molti italiani, ma il cappellano è una figura ovvia, amica, confortante di per sé, non perché induca a forti passioni in nome di Dio. Non sappiamo se, posti nella stessa cella, non sia il musulmano a suscitare l’interesse del cristiano parlandogli di Allah più che il cappellano parlandogli di Dio. Questa è la situazione, e la Chiesa non sembra per niente preoccuparsene, anzi. Si preoccupa degli immigrati, del loro diritto alla propria religione, senza neanche il più piccolo tentativo di mettere in luce l’abisso che separa l’obbligo coranico dell’odio per gli infedeli dal «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Nei confronti dei cattolici, i preti sembrano ormai accontentarsi di una stanca routine, fatta di parole ovvie e sempre uguali, ben sapendo che a nulla servono e che nulla cambiano.

Anche le carceri, dunque, lungi dal preparare gli immigrati a quella «integrazione» di cui si dimostra tanto sicuro Gianfranco Fini, allevano dei forti musulmani che probabilmente, una volta usciti, sia che rimangano in Italia sia che tornino nei loro Paesi, saranno disponibili ad azioni ostili. Qualche correttivo, però, si potrebbe mettere in atto, se non altro organizzando gli incontri religiosi sotto la guida di un imam conosciuto dalla direzione delle carceri, ma soprattutto non accantonando il problema nella speranza che si risolva da sé.