Il detenuto che fa litigare Usa e Italia

Impronta biologica per tutti i reati con pene superiori a tre anni

Gianmarco Chiocci

nostro inviato a Frosinone

Ogni volta si rimette alla giustizia terrena salvo poi raccomandarsi a quella divina. Ogni volta si prepara a finire al patibolo, e ogni volta la scampa in extremis. Ogni volta stila un testamento, e ogni volta è costretto ad aggiornarlo. Ogni volta sembra l'ultima, ma non è mai così. Il dead man walking ciociaro che dal carcere di Frosinone ciclicamente scomoda il patrono San Giovanni affinché blocchi l'estradizione in Connecticut, si chiama Benedetto Cipriani, ha 51 anni, ed è originario di Ceccano. Per quel cognome che negli States evoca ristoranti italiani e cocktail Bellini, passa per un pizzettaro di Cosa Nostra quand'invece di mestiere fa il promotore finanziario. Stando ai tribunali americani il manager ha commissionato l'omicidio del marito della sua amante ed è responsabile anche della morte di due altre persone che il 30 luglio del 2003 si trovavano nell'officina «B&B Automotive» a Windsor Lokcs, contea di Hartford, ovvero nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per questo motivo la giustizia statunitense da mesi cerca di ottenere l'estradizione, un processo pubblico e una condanna esemplare che non esclude, per legge, l'iniezione letale. Visto il patto non mantenuto con la Baraldini, respinta l'offerta sotto banco per un baratto con la vicenda Calipari, le autorità statunitensi non si sono espresse sulla proposta della corte d'appello di ottenere, in caso di condanna a morte, il rientro in patria del presunto assassino da estradare. La verità è che gli americani vogliono farsi giustizia da soli. E c'erano quasi riusciti se non vi fosse stato il Tar di Lazio che per due volte, prima con una sospensiva e il 9 ottobre scorso con una sentenza, accogliendo i ricorsi degli avvocati Misserville, ha vanificato le decisioni della corte d'Appello, della corte di Cassazione e del ministero della Giustizia di fatto favorevoli alla richiesta d'estradizione sollecitata finanche dal segretario di Stato, Colin Powell.
Benedetto Cipriani vive, dunque, tra la vita e la morte. Costantemente. Dopo ogni sentenza è costretto a rivedere i suoi programmi, passa da stati di cupa depressione a un'insana euforia. «Io so qual è il mio destino - scriveva al ministro della Giustizia quando ormai sembrava imminente il viaggio di sola andata in Connecticut - so quello che mi attenderà una volta che verrò loro affidato. Non sono un criminale, mai lo sono stato e nemmeno adesso, ma almeno che la mia vicenda insegni qualcosa. La patria non può gettare via i suoi figli così. Il mio più grande desiderio è sempre stato quello di vivere e poi poter riposare nella mia terra. Spero che almeno questo mi venga concesso...».
L'odissea, per Cipriani, comincia il 22 aprile del 2004 quando viene fermato a Sora da una pattuglia della polizia. Non sa, il poveretto, che sul suo conto pende da qualche giorno un mandato di cattura internazionale per triplice omicidio. Dal controllo via radio apprende di essere wanted, ricercato dall'Interpol. Finisce in cella, e all'avvocato scrive: «Sono innocente! Se sapevo di essere ricercato per omicidio mica me ne andavo a vivere a casa mia che sta attaccata al commissariato!». Cipriani viene presto a sapere che Josè Velasquez, un balordo tossicodipendente, spiffera ai detective Le Blanc e Gookin della Narcotici i nomi dei killer di Robert Steears, Berry Rossi e Lorne Stevens. Indica tre giovanissimi portoricani, tra cui il figlio della sua ex convivente, un nipote, un altro lontano parente. Finiscono al fresco dopo interrogatori che gli avvocati Misserville, padre e figlio, definiscono surreali e privi di qualsiasi garanzia. C'è chi confessa, chi lo fa in parte, chi ritratta nonostante l'invito del giudice a patteggiare per ottenere «solo» l'ergastolo e non la pena capitale. Uno dei tre portoricani indica in Cipriani il mandante: «Steears venne assassinato per un compenso di 5mila dollari». La polizia americana trova finalmente riscontro al sospettato iniziale, Cipriani appunto, che s'era salvato sfoderando un alibi di ferro: al momento del delitto una telecamera lo aveva registrato sul ponte di Brooklyn.
Da allora è cominciato un tira e molla fra Italia e Stati Uniti: i sicari ispanoamericani, arrestati con la medesima accusa di Cipriani, sono stati rinviati a giudizio per omicidio pluriaggravato e, nonostante i patteggiamenti, rischiano la pena di morte. Per il galeotto ciociaro gli Usa fanno sapere che la condanna all'iniezione letale non è prevista perché nessuno gli ha contestato né il «delitto capitale» né le aggravanti necessarie. In tal senso vi sono dichiarazioni ufficiali del procuratore distrettuale e svariate assicurazioni informali che per il Tar del Lazio valgono zero. Non garantiscono che una volta in Connecticut a Cipriani venga cambiata l'imputazione e contestato il reato dei suoi presunti sodali. I giudici amministrativi italiani, dunque, non si fidano delle «sufficienti garanzie» esibite dai colleghi d'oltreoceano. Sostengono che l'estradizione è anticostituzionale, dunque che il promotore finanziario non è da considerarsi, nemmeno in astratto, un morto che cammina. È un detenuto che presto potrebbe addirittura tornare libero e che, nell'attesa, tocca ferro cestinando l'ultima versione del vecchio testamento.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it