Detenuto scrive al pm: «Kakà mi fucili...»

Non può rivedere la donna: «Allora meglio essere impallinati dal cecchino rossonero»

Enrico Lagattolla

Un «cecchino», Kakà. Un gol all’angolo della porta con un tiro da trenta metri è roba sua. Un «cecchino», appunto. Così, per modo di dire. Ma mica tanto. Per qualcuno, letteralmente. Ed è così per Gaetano, da una ventina di giorni rinchiuso nel carcere a Vigevano per una serie di rapine in banca e a porta valori, che ora chiede di essere fucilato al Meazza dal fantasista del Milan se non gli faranno vedere la compagna. Non da chissachi, ma proprio da Kakà. «Perché ha buona mira». Appunto.
Incrollabile fede rossonera e come idolo il brasiliano, Gaetano invia una lettera a palazzo di Giustizia. Una missiva con cui «entrare nel merito non dell’arresto, bensì solo in merito alla sensibilità umana» del pubblico ministero.
«Gentile dottoressa Emanuela Corbetta - scrive -, da oltre venti giorni mi trovo ristretto senza poter vedere la persona che amo e con la quale convivo regolarmente, fatto conosciuto da tutti e soprattutto dai carabinieri». Poi, con tragico garbo, l’aut-aut. «Non la voglio disturbare o quantomeno annoiare più di tanto, ma voglio dire che se non fosse possibile autorizzare i colloqui, spero che abbia, per l’autorità che le compete, di darmi la possibilità di essere fucilato e, compatibilmente alle possibilità, sarebbe proprio desiderio che ciò avvenga nello stadio di San Siro a Milano, per mano di Kakà. Spero che ciò non rimanga lettera morta». Tertium non datur, non c’è alternativa che tenga. O almeno per Gaetano, che ora aspetta una risposta. Confidando nel buon cuore del magistrato, piuttosto che nella mira di Kakà.