«Detestava la parola “assurdo”»

La prima cosa che colpisce in Marie France, figlia unica e beneducata del grande Eugène Ionesco di cui ricorre il centenario della nascita, è la voce. Acuta come uno spillo e tagliente come una lama. «Cosa vuole le riveli ormai? Di mio padre è già stato detto tutto», attacca infastidita. Ma è un attimo, e subito dopo la signora sorride. «Il destino - rivela - mi ha regalato un padre amoroso che dall’infanzia alla pubertà ha vegliato sulle mie letture. Dandomi in pasto ciò che lui per primo aveva amato. Dalle fiabe della contessa di Ségur ai Tre moschettieri fino al Grande Meaulnes di Alain-Fournier, il libro cardine della fraternità, dove la realtà precipita nel sonno e poi si tramuta nel sogno. Uno dei suoi leit-motives prediletti».
Ma davvero? Non si direbbe in uno scrittore che ha fatto del grottesco una bandiera...
«Mi dispiace, si sbaglia di grosso. Perché trascura il profondo senso religioso di mio padre. Che serpeggia da un capo all’altro della sua prima opera».
Allude alla Cantatrice calva, il capolavoro del teatro dell’assurdo?
«Assurdo, che brutta parola! Ionesco la detestava. Diceva che nella Cantatrice non ce n’era la minima traccia».
Mentre c’era humor comico a iosa?
«Niente affatto. Mio padre era stupito delle crasse risate del pubblico. “Ho scritto un dramma religioso alla Bossuet che ha per tema la tragedia del linguaggio che divide invece di unire l’umanità ed ecco, mi si prende per un volgare imbonitore di barzellette”, ripeteva smarrito».
Guarda guarda, vuol dire che tutto ciò che abbiamo amato in lui, dal gioco combinatorio al piacere dello scherzo fino all’intero arsenale del risibile, è stato solo un colossale inganno?
«Inganno no, una maschera piuttosto».
Può farmene un esempio?
«Ricorda Vittime del dovere, con quel borghese piccolo piccolo che, incalzato dalla moglie, fanatica della psicologia del profondo, s’imbarca in un viaggio a ritroso nel tempo?».
Certamente, ma non vedo come...
«Come cosa? Quell’uomo, mi creda, prima sulle orme di Freud torna al passato che aveva abbandonato, ma poi, al culmine dell’orrore, s’imbatte in una gran luce».
Che sarebbe?
«Diamine, Dio in persona che gli spalanca le porte dell’infinito».
Non mi dirà che Ionesco era credente...
«Le sembra impossibile, non è vero? Eppure il problema religioso lo assillò tutta la vita».
Continui, sono tutto orecchi.
«A diciott’anni voleva farsi prete. E anche se, dopo matura riflessione, pensò di essere inadatto allo stato contemplativo prescritto dalla vita monastica, continuò a interrogarsi sul mistero della creazione».
Per dispetto verso il mondo?
«Non c’è dubbio. Quando voleva isolarsi da un contesto che lo affliggeva nella sua mediocrità, si rifugiava come il buon selvaggio di Rousseau a Chapelle-Anthenaise».
Dove si trova?
«È un villaggio-giocattolo sprofondato tra i campi della Mayenne. Il buen retiro che lo proteggeva dalle idiozie del prossimo».
Strano che nel suo teatro la ricerca dell’assoluto sia così abilmente celata...
«Se guarda oltre le apparenze, finirà per darmi ragione. Scorra con attenzione La quête intermittente, il suo ultimo libro concepito come un breviario a uso e consumo di chi legge».
Sarà pur vero, ma quando mai suo padre affronta radicalmente l’Ente Supremo?
«Nelle Sedie, dove tratta le battute come se fossero versetti della Bibbia. Non si è accorto che nella pièce c’è uno strano angelo, muto e impotente, che si chiama Oratore?».
Quello che i due vecchissimi protagonisti convocano perché trasmetta un messaggio di salvezza?
«Bravo!».
Cara signora, non vorrei contraddirla ma ammetterà pure che anche quell’Oratore non può garantirci nulla. È o non è una confessione d’impotenza?
«Di fronte al cosmo, persino chi è delegato alla speranza, esita nelle risposte. Può solo darci...».
Che cosa?
«Il suo sconcerto di non riuscire a scorgere il volto di Dio se è un uomo che non pensa, la sua fede di poterne scorgere i lineamenti se invece si concentra sull’anima del mondo. Non dimentichi che mio padre si riteneva metafisico. E che dipingeva».
Quali soggetti?
«Tutto ciò che lo interessava. Da studioso e ammiratore della Teoria dei colori di Goethe, si rifaceva alle pietre di Venezia diventate dei ponti tra noi e l’infinito nei quadri del Canaletto. Mentre cercava, sulla tela, gli ori e le luci di Vermeer».
Ma... e la visione di Dio? Era certo che, prima o poi, l’uomo sarebbe stato in grado di accedervi?
«Si giunge sempre a vedere ciò che da principio non si mette a fuoco. In questo, mio padre era un anomalo fratello di Beckett che secondo lui, in Aspettando Godot, non annulla ma procrastina il ritorno di Dio sulla terra».
Mi permetta un dubbio. Come conciliava la fede nella vita eterna col terrore della morte che in lui si ritrova ovunque confuso allo spasimo del riso?
«Conciliarlo non poteva. Era lacerato dall’incapacità di decifrare il legame che ci unisce al trascendente. Ma questo fa parte della sua grandezza, non trova?».
Mi tolga un’ultima curiosità. Suo padre le leggeva le sue opere prima di licenziarle?
«No. Mi incitava a leggerle dopo, semmai. Con una sola eccezione».
Quale?
«Da bambina, mi vietò Jacques o la sottomissione e il suo seguito L’avvenire è nelle uova. Li riteneva pericolosi».
Come mai?
«Credeva di aver calcato troppo la mano sulla sorte dei neonati. Dato che faceva finire in padella le uova, ossia i futuri membri del consorzio umano».
Il massimo della trasgressione...
«Come no! Papà temeva di essere scivolato nel regno dell’eresia e se lo rimproverò fino all’ultimo giorno».