"Detesto le armi faccio lo sbirro solo per curiosità"

L’attore di nuovo poliziotto. In "Pride and Glory" tortura i bambini e uccide i colleghi

Come carogna è perfetto l’irlandese Colin Farrell, divo da botteghino, che ieri figurava nella divisa blu del tipico poliziotto marcio di New York, sezione Narcotici, al centro di Pride and Glory (Il prezzo dell'onore, da venerdì), dramma poliziesco di Gavin O’Connor. Il suo Jimmy Egan, agente di quel verminaio che è il 31° distretto, se la intende con gli spacciatori. «Dicono che sei corrotto? Chi se ne frega!», si assolve lui, reo della mattanza di quattro suoi colleghi, delicata faccenda sulla quale indaga il cognato (Edward Norton), sbirro dalla parte di Abele. Il fatto è che l'infame, sposandosi, è entrato in una famiglia di piedipiatti: il padre della sposa (John Voight) guida i detectives di Manhattan e l’altro cognato ha il comando dei poliziotti. Ma in lui nessuna pietà: per far «cantare» un ispanico, è pronto a sfigurargli il bambino col ferro da stiro. Salvo poi riconsegnare il fagottino sussurrando: «È bellissimo». Nella vita vera, Farrell, figlio e nipote di calciatori (papà Eamon e zio Tommy negli anni Sessanta giocavano con gli Shamrock Rovers) ha il cuore di marzapane, più frollo ancora da quando al figlio James (avuto dalla modella Kim Bordenave) è stata diagnosticata la rara sindrome di Angelman, disturbo neurogenetico, che impedisce di muoversi e parlare normalmente. «Intorno a me vedo gente, che si muove con grazia e parla perfettamente. Ma, poi, sono dei miserabili. Incluso me, alle volte», riflette quest’attore sottovalutato, a inizio carriera, ma esploso con Minority Report di Spielberg e Miami Vice di Michael Mann. La sua faccia intensa piace, come il suo modo nevrotico di recitare: di recente, l’abbiamo apprezzato come killer balordo ne La coscienza dell’assassino. È un romantico dai modi spicci, che ieri, scarponi militari (senza lacci) sotto all’elegante completo scuro, prima di parlare ha gettato in terra il Borsalino, scoprendo una chioma castana liscia e folta.

Caro Colin Farrell, negli ultimi dieci anni ha interpretato vari ruoli da poliziotto. Ci è portato?
«Spesso mi ritrovo con la pistola in mano e non so perché: neanche mi piacciono, le armi! Di sicuro, mai potrei fare il mestiere del poliziotto. Ma qui m’interessava il personaggio per il contrasto tra l’uomo di legge e la sua realtà».

Personalmente, a quale codice d’onore s’ispira?

«Non seguo mica i Dieci Comandamenti! Cerco d’essere onesto, rispettando gli altri. Certe cose che mi dicevano da piccolo, le detestavo: “parla solo se interpellato”, “un bimbo si vede ma non si sente”... Bisogna trattare gli altri come vorresti trattassero te. Sarà banale, ma per me questo è il rispetto».

Che cosa significa, per lei, essere attori?
«Mantener viva la curiosità. John Voight e Al Pacino hanno la stessa curiosità degli inizi. E poi trovare risposte a domande irrisolte. Ed essere generosi: tra attori, la generosità è fondamentale».

Dopo «Alexander» di Oliver Stone, mai pensato a un altro personaggio storico?
«Che dovevo fare? Gengis Khan? Annibale? Odio ripetermi. Per me quel kolossal è stata un’esperienza dolorosa: temevo d’aver tradito il pubblico e lo stesso Alessandro. L’hanno visto in pochi e a quei pochi non è piaciuto! Ce n’è voluto, per superare il trauma: non giro film per me stesso. Ma dopo Pride and Glory, piccolo film indipendente, quel senso di sconfitta m’è passato».

Ha deciso di render nota la malattia di suo figlio, perché i media avevano cominciato a tormentarla, tra insinuazioni e falsità: è il prezzo che si paga alla fama?
«Quando hanno violato il mio spazio familiare, ho cominciato a riflettere. Però poi ho deciso di fare buon viso a cattivo gioco: i vantaggi superano gli svantaggi».

I prossimi film?

Mi vedrete pescatore nel fantasy Ondine, di Neil Jordan e giornalista nel thriller Triage, di Denis Tanovic».