Detroit nuovo polo di sviluppo per l’industria del made in Italy

Si fa strada un Michigan un po’ più italiano grazie alla nuova Chrysler targata Fiat. Alle presenze radicate nell’area di Detroit di aziende del settore automotive, come Magneti Marelli, Comau, Teksid (tutte controllate dal Lingotto), Brembo e Vm Motori, se ne potrebbero aggiungere altre nei prossimi anni. Ad attirarle, le opportunità create dalla rinascita della più piccola delle Big Three, proprio grazie all’impegno e al know how del gruppo di Torino. A favorire la progressiva apertura nei dintorni di Motor City di imprese in arrivo dall’altra parte dell’Atlantico è anche il clima positivo creato da Fiat e la riconosciuta «buona partnership - evidenziata nelle scorse settimane dal Detroit News - in quanto le differenze culturali tra italiani e americani non si rivelano come motivo di contesa».
«Ci aspettiamo che molti fornitori decidano di investire qui - spiegano dal Consolato italiano della capitale del Michigan -; le ragioni sono molteplici: il cambio favorevole; la presenza di manodopera qualificata, tutte persone rimaste senza lavoro a causa della crisi; gli incentivi; per non parlare della possibilità di trovare casa a buon mercato». Un appartamento che in Italia costa un milione di euro, nel comprensorio di Detroit si può acquistare per mezzo milione di dollari. Al di là della convenienza, le caratteristiche sono ovviamente diverse, e differente è anche la tassazione sulla proprietà calcolata in funzione del luogo (sui 15-20mila dollari l’anno).
Comunque a Detroit il fermento, in questo periodo, non manca. Da piccola Las Vegas del Michigan, come si è tentato di trasformarla negli ultimi anni allo scopo di ridarle un’immagine diversa da quella di città depressa e pericolosa, ora il territorio intorno a Detroit sta via via ritrovando le sue radici industriali legate all’automobile. La rinascita di General Motors e la tenuta di Ford, insieme alla ritrovata Chrysler, hanno riportato la voglia di fare in questa zona.
Il «made in Italy», in questo contesto, ha un ruolo non indifferente: sono una trentina le imprese presenti nell’area, tutte in un modo o nell’altro legate all’automotive. Il volume d’affari generato è intorno a 5 miliardi di dollari e i posti di lavoro creati sono tra 5 e 6mila. Si tratta soprattutto di operai, mentre gli italiani occupano la cabina di regia. Tra le aziende extra-auto che hanno deciso di puntare recentemente sul Michigan c’è, per esempio, Berloni Cucine, che ha scelto per la sua sede Troy, a poche miglia da Auburn Hills, dove si trova il quartier generale di Chrysler. Un’ubicazione non casuale, che tiene conto delle ricadute positive sull’offerta italiana che deriveranno dall’«effetto 500» o dall’«effetto MiTo», quando cioè sulle strade del Michigan si vedranno i primi modelli frutto dell’alleanza Fiat-Chrysler. Non è un caso che a Royal Oak, sobborgo che ospita lo zoo e l’acquario di Detroit, gli italiani residenti non hanno avuto problemi a convincere le autorità a battezzare una delle strade come Fiat Drive. L’auspicio è di calamitare l’attenzione dei pendolari con il Paese d’origine, creando così un po’ di indotto turistico ed enogastromonico «doc».
Il Michigan, dunque, si presenta in questo momento con le carte in regola per diventare una sorta di Eldorado per il «made in Italy». Un modo per far tornare la città quella dei tempi migliori, con gli alberghi pieni e i taxi sempre in movimento. Gli italiani possono contribuire a riempire le strade di una metropoli svuotata dalle paure e dalla crisi.
Ieri, intanto, il neo ambasciatore degli Usa in Italia, David Thorne, ha incontrato a Torino i vertici di Fiat (presenti Luca di Montezemolo, John Elkann e Sergio Marchionne). L’occasione è stata fornita dalla riunione del consiglio per le relazioni Italia-Usa di cui Marchionne è presidente dallo scorso giugno.