Dettori: «Così si diventa uomo da Guinness»

Un po’ sardo, un po’ milanese, è il fantino che piace anche a Elisabetta II

Alberto Cagnato

Sono due gli italiani appollaiati sul tetto del mondo dello sport: Valentino Rossi in sella alla sua Yamaha e Lanfranco (Frankie) Dettori in sella ai purosangue targati Godolphin, alias lo sceicco Mohammed al Maktoum. L’ultimo exploit di Frankie è stato il recente successo in coppia con l’italiano Elettrocutionist nella Dubai Cup, la corsa più ricca del mondo con 6 milioni di dollari appesi sul traguardo. Sardo d’origine, milanese di nascita e inglese d’adozione (vive a Newmarket dal 1985), Frankie, 35 anni, è figlio d’arte: suo padre Gianfranco, soprannominato il «Mostro» nei suoi ruggenti anni Settanta a San Siro, è stato il più forte fantino italiano del periodo. In Inghilterra, Frankie ha sposato la dolce Katherine Allen (figlia di un ricercatore che studia la clonazione dei cavalli) che gli ha dato 5 figli. È di gran lunga lo sportivo italiano più famoso in Inghilterra e la Regina Elisabetta gli ha conferito il titolo di OBE (membro dell’Impero britannico), l’onorificenza più elevata per chi sia nato fuori dal Regno Unito.
Frankie, lei quando era un ragazzino aveva un debole per la Juventus di Bettega, ma adesso fa il tifo per l’Arsenal di Henry. Durante la recente partita di Champions, per chi ha sofferto?
«Premetto che sono andato allo stadio Highbury con in tasca una scommessa vincente sull’Arsenal e questo la dice lunga sulle mie attuali simpatie. Devo dire che la Juve mi ha fatto una pessima impressione: i bianconeri non sono parsi una squadra, mi parevano tutti stanchi. E si è visto nel ritorno che il recupero non era possibile. Del resto la Juve di coppe ne ha vinte tante, mentre l’Arsenal no e quest’anno sento che per noi potrebbe essere la volta buona».
Chi è stato il migliore, fra lei e suo padre?
«Bella domanda. Intanto io ho vinto 2.500 corse contro le 3.800 di mio padre e credo proprio che sarà molto difficile sorpassarlo. Papà in sella era più aggressivo e più forte fisicamente (sotto la giubba un esplosivo gomitolo di muscoli, ndr). Io ritengo di essere più un talento naturale».
Il più bel giorno della sua carriera?
«Senz’altro le 7 vittorie su 7 corse disputate il 28 settembre 1996, durante il Royal Ascot. Roba da Guinness dei primati, un’emozione fortissima che proprio non si può descrivere».
E il giorno più brutto?
«La sconfitta con Swain nelle Breeders Cup del 1999: il cavallo andava fortissimo e perse a causa dei miei errori. Ancora oggi, se ci penso, non so darmi pace».
Elettrocutionist, un nome impossibile per un grande cavallo. Più forte lui o Falbrav, in sella al quale lei ha conquistato una memorabile Japan Cup?
«Per adesso Elettrocutionist non vale Falbrav, ma visti i suoi progressi e le poche corse disputate, penso possa avvicinarsi notevolmente: non sono molti i campioni in grado di vincere un Gruppo 1 sia sull’erba, sia sulla sabbia. Certo, vincere in sella ad un cavallo italiano ha per me tutto un altro sapore».
Lei il primo giugno del 2000 ha rischiato seriamente la pelle precipitando con un aereo da turismo a Newmarket in una località che si chiama Devil’s ditch, la fossa del diavolo. Cosa le ha lasciato questa esperienza?
«Ho visto letteralmente la morte in faccia e ci ho messo due o tre anni per superare lo choc. Ma ne sono uscito più forte e più filosofo: ora mi voglio godere la vita attimo dopo attimo, carpe diem è diventato il mio motto».