An deve scegliere o lo statalismo o l’innovazione

Claudio Romiti

Rinnovamento o conservazione, questo è a mio avviso la vera questione in ballo all’interno di Alleanza nazionale. In altri termini, questo partito deve decidere una volta per tutte se restare dentro la vecchia nicchia missina o se intende, come sembra da tempo voler fare Gianfranco Fini, allargare il proprio fronte politico operando una svolta ancora più radicale di quella compiuta a Fiuggi nel ’94. Ed è sotto quest’ultimo profilo che vanno inquadrate le continue sortite (la lista unitaria col Patto Segni alle Europee del ’99, la proposta relativa al voto degli immigrati, l’abiura del fascismo e, recentemente, la coraggiosa posizione sul referendum del 13 giugno) del presidente di An. Il tentativo è chiaro: recidere del tutto i legami con il passato per dare vita a un moderna destra, in grado di raccogliere un ampio consenso presso i ceti più moderati del Paese.
Ora appare evidente che per realizzare ciò è necessario raccogliere le istanze più moderne provenienti dalla società civile, presentandosi come una formazione credibile e, dunque, in grado di realizzare i cambiamenti richiesti. Tuttavia è altrettanto evidente che se non si ammoderna in primis il proprio partito difficilmente sarà possibile presentarsi con le carte in regola al cospetto dell’intero Paese. Da qui nasce il confronto all’interno della più grande e rappresentativa formazione politica della destra italiana. Da una parte un leader che comprende appieno l’esigenza di allargare gli angusti steccati in cui si vorrebbe ricondurre An; dall’altra parte un coacervo di irriducibili, di cui la Destra sociale costituisce il nucleo più conservatore, che osteggia qualsiasi cambiamento, soprattutto sul piano liberale. Non a caso, oltre a richiamarsi agli antichi valori, questa gente segue, anche nell’ambito della maggioranza di governo, una decisa impostazione statalista e assistenzialista. D’altro canto oltre quattro anni di governo dimostrano appieno l’assunto. Ogni qualvolta, difatti, che l’esecutivo Berlusconi si sia trovato di fronte alla prospettiva di tagliare la spesa pubblica, o di adottare provvedimenti che in prospettiva portassero a un suo contenimento, i più fieri oppositori nella Cdl sono stati gli esponenti della destra sociale, Alemanno e Storace in testa. Basti pensare che per ciò che concerne il generoso rinnovo del contratto dei pubblici dipendenti hanno pubblicamente espresso la propria soddisfazione come se si trattasse di una grande vittoria.
Ora, a mio avviso, è evidente che finché in An dominerà questa cultura statalista, la cui ingombrante presenza ha prodotto l’antinomia terminologica della economia sociale di mercato, sarà impossibile per Fini procedere a quella svolta che il suo fiuto politico lo spingerebbe a compiere. Una svolta molte volte abbozzata e subito dopo rientrata a causa del fondato timore di una scissione troppo vasta. Ma a forza di voler tenere insieme tutte le componenti, così come ancora avviene tra gli ex comunisti di Fassino, si finisce in un totale immobilismo politico, preoccupandosi unicamente della propria nicchia di consensi. E non è un caso se dopo il grande balzo compiuto da Alleanza nazionale a metà degli anni Novanta - subito dopo la svolta di Fiuggi ed in virtù dello sdoganamento operato da Berlusconi - questo partito è entrato in una lunga fase interlocutoria, senza trovare un chiaro sbocco alla sua iniziativa politica.
Ma ora sembra che le cose siano cambiate e che, pertanto, si sia giunti a una sorta di resa dei conti tra chi intende cambiare strada e chi vorrebbe restare aggrappato ai vecchi valori di riferimento. E quale che sia l’orientamento che andrà a prevalere, anche se da liberale convinto spero che vinca la linea del rinnovamento, è auspicabile che ciò determini un chiaro indirizzo politico. Sarebbe infatti controproducente se alla fine si ristabilisse l’attuale equilibrio in cui a farla da padrone è un sostanziale immobilismo politico. Staremo a vedere.