«Devo a mio padre il film su Kennedy»

Il regista Estevez, figlio di Martin Sheen: «Ero piccolo quando vidi Bobby. È stato mio fratello Charlie a costringermi a finire la sceneggiatura»

Stenio Solinas

nostro inviato a Venezia

«La prima e l'unica volta che ho visto Robert Kennedy dal vivo ero sulle spalle di mio padre. Potevo avere cinque anni, ci doveva essere qualche iniziativa politica, un comizio, un incontro, una convention, e lui mi portò con sé. Non è un ricordo nitido, poco più del saluto affettuoso di un uomo grande a un bambino, ma l'anno dopo, quando morì, fui io a sentire per primo la notizia in televisione e a svegliare papà per dirgli che era morto il suo amico... Ho invece bene nella memoria il viaggio che poi facemmo in California, la sosta proprio all'Ambassador di Los Angeles dove era stato assassinato, una specie di malinconico pellegrinaggio... È da allora che mi porto dietro questo film».
Quarantenne, cresciuto in una famiglia d'attori, suo padre è Martin Sheen, suo fratello minore Charlie Sheen, Emilio Estevez è arrivato a Venezia con questo Bobby che ha messo d'accordo tutti, pubblico e critica. Ci sono i grandi nomi, da Anthony Hopkins a Sharon Stone, da Demi Moore a Harry Belafonte, c'è una storia corale che ruota intorno a uno dei fatti tragici del XX secolo americano, c'è il ricordo e la nostalgia di quando gli Stati Uniti prima che una potenza erano una speranza. «Nel tempo mi sono rafforzato nell'idea che la scomparsa di Robert Kennedy sia un po' stata la morte di una generazione» dice Estevez. «Da allora siamo rimasti in lutto, e però ci siamo rassegnati all'idea che le passioni e le aspettative suscitate dalla sua persona e da quello che diceva, non sarebbero più tornate. Io penso invece che bisognerebbe provarci ancora, ricordare che la politica può essere una missione e non una professione, che avere degli ideali è meglio che essere cinici...».
La sceneggiatura di Bobby è stato un lavoro complesso. «Era andata bene all'inizio, poi mi sono bloccato. Avevo una trentina di pagine, l'idea di partire da lì, da quella notte all'Ambassador e costruirci intorno qualcosa, ma che cosa e come non lo sapevo. Sono stati brutti mesi, poi un giorno mio fratello Charlie è venuto a trovarmi, ha letto quel primo abbozzo e mi ha spronato a continuare. “Vattene in un posto isolato e finiscilo” mi ha detto. “Non pensare ad altro ma finiscilo”».
La svolta è stata un altro albergo, a Pismo Beach, sulle coste della California. «Era estate, avevo deciso all'ultimo minuto, ho trovato questo hotel malandato e isolato, senza televisione e senza telefono. C'era una donna alla reception, sulla sessantina, si chiamava Diana. Mi ha riconosciuto e ci siamo messi a chiacchierare. Quando le ho raccontato perché ero lì e a cosa intendevo lavorare, si è messa a piangere. “Io c'ero quella sera all'Ambassador” mi ha detto. “Ero fra le volontarie di Kennedy nella campagna elettorale per le primarie del Partito democratico, avevo proprio allora accettato di sposare un mio compagno di liceo per far sì che non fosse mandato al fronte in Vietnam”. Ecco, questo incontro mi ha sbloccato, e la storia di Diana, che nel film è recitata da Lindsay Lohan, è stata la prima che ho scritto delle venti che in quel drammatico giorno si intrecciano».
All'idea che Bobby possa essere visto come una denuncia dell'America di oggi, dell'amministraizone e della politica del presidente Bush, Estevez sorride e risponde di no. «Ho finito di scriverlo prima dell'11 settembre e non ho ambizioni in tal senso. È il ritratto di “come eravamo” e un incitamento a ritrovarci in quanto esseri umani, a ridare valore a parole che all'epoca di Kennedy avevano ancora un significato e che poi abbiamo dimenticato o accantonato. Il ritorno a un Paese altruista e compassionevole».