DEVOLUZIONE E DINTORNI

D’un problema nazionale di prima grandezza - quello delle disparità tra le regioni a statuto ordinario e le regioni a statuto speciale - si è parlato per anni a voce bassa: quasi che fosse roba da tecnici dell’amministrazione, e che il discuterne non fosse politicamente corretto. Il merito d’averlo portato, quel problema, alla ribalta spetta a un piccolo comune del bellunese, Lamon: che ha votato con schiacciante maggioranza, in un referendum, per il divorzio dal Veneto e per l’aggregazione al Trentino-Alto Adige. La trasmigrazione municipale consentirebbe a Lamon d’avere meno tasse e migliori servizi. L’episodio ha fatto rapidamente scuola. Sulla sua scia anche Cortina è parsa tentata dallo strappo: e il «governatore» veneto Giancarlo Galan si è pronunciato per un cambio di casacca non solo di Lamon, ma dell’intera sua regione. Che dovrebbe, fondendosi con il Trentino-Alto Adige, acquisirne i privilegi. «Ogni cittadino trentino - ha tuonato Galan in una intervista al Giornale - riceve dalla pubblica amministrazione 4700 euro in più rispetto a un cittadino veneto».
Si tratta, per ora, di proposte o, come qualcuno ha detto, di provocazioni. Lenta e ripida è la strada - parlamentare e costituzionale - che dev’essere percorsa per cambiare le cose in un Paese dove i diritti acquisiti, anche se gridano vendetta al cielo, sono pressoché inattaccabili. Ma è bene che la polemica divampi. Diversità di trattamento che trovavano qualche blanda giustificazione storica, sociale e politica in anni remoti, ora sono inammissibili. Non ho molta fiducia nella devoluzione o «devolution», per il modo a mio avviso piuttosto frettoloso e abborracciato con cui la si è voluta attuare. Ma la devoluzione, mirante a enfatizzare i poteri locali, ha un senso solo se vale allo stesso modo, e con gli stessi criteri, per tutte le regioni italiane. Posso al più ammettere qualche misura eccezionale per le aree - come la Val d’Aosta e l’Alto Adige - che devono preservare una particolare identità etnica, linguistica, culturale.
Ma perché devono essere privilegiati, adesso, la Sicilia, o il Friuli-Venezia Giulia, o la Sardegna? Sappiamo che le forme di autonomia - in parte insensate - che la Sicilia ottenne, vollero tarpar le ali a conati separatisti. Sappiamo che l’italianità della Venezia Giulia, e di Trieste, fu messa in discussione dagli appetiti territoriali di Tito. Ma è acqua passata, e trapassata. Non c’è un valido motivo per il quale la spesa pubblica pro-capite nelle regioni a statuto ordinario sia mediamente di 2730 euro, e nelle regioni a statuto speciale di 5740 euro. Perché? Le regioni debbono essere uguali, tutte a statuto ordinario o magari - visto il gusto dei politici italiani per gli orpelli - tutte a statuto speciale.
Non vorrei che queste righe sembrassero un biasimo per gli amministratori delle regioni a statuto speciale, e un elogio per gli amministratori delle altre. Purtroppo - l’hanno ben documentato inchieste anche del Giornale - gli «ordinari» hanno bene appreso la lezione della spesa facile dagli «speciali», pur avendo minore disponibilità di fondi. Poltrone e prebende si sprecano sia nella «speciale» Sicilia sia nell’«ordinaria» Calabria, il numero dei consiglieri è stato quasi dovunque aumentato e le loro indennità hanno raggiunto livelli assai vicini a quelli dei parlamentari nazionali. Il che rappresenta un autentico scandalo. Nelle prime prove d’un decentramento risoluto è emersa la propensione antica al familismo e al nepotismo, con assunzioni di mogli, fratelli, sorelle, cognati, agnati.
Ho il timore che la devoluzione sia su una brutta china. Ma almeno profittiamone per ricavarne - se non in questa, dati i tempi stretti, nella prossima legislatura - un risultato utile: basta con le regioni di serie A e di serie B, figlie e figliastre dello Stato. Se spreco dev’essere, che sia almeno egualitario.