"Devono contestare la vecchia politica non il capitalismo"

In piazza i soliti estremisti. Alberto Mingardi, giornalista  e studioso libertario: "Non capiscono che il debito pubblico è figlio della Prima Repubblica non delle banche". E spiega: "Solo da noi la protesta è ideologica. Negli Usa no"

Trent’anni, laurea in Scienze politiche, giornalista, scrittore, collaboratore di autorevoli testate economiche come Wall Street Journal e Financial Times, Alberto Mingardi direttore dell’Istituto Bruno Leoni, il Centro studi che è diventato il «tempio» delle idee liberali nel nostro Paese, è uno dei pochissimi osservatori ad avere, in questo momento, una visione disincantata e obiettiva della situazione politico-economica che l’Italia sta attraversando.

Dottor Mingardi, a parte i metodi, gli indignatos hanno ragione a scendere in piazza?
«Diciamo subito che l’approccio italiano alla protesta appare differente da ciò che accaduto e sta accadendo negli Stati Uniti. In Italia, a parte i mezzi nuovi, che i contestatori stanno usando (twitter e social network), siamo di fronte ad una riedizione di manifestazioni e scenari che abbiamo già visto...».

Come dire, che spaccare vetrine e usare la violenza riconduce ai soliti indirizzi...
«Davvero anche in questa occasione non c’è nulla di nuovo dal punto di vista ideologico. A protestare, più o meno violentemente, ci sono gruppi che gravitano nell’orbita dei centri sociali, e gli scalmanati interpreti della sinistra più arrabbiata».

Mentre negli Stati Uniti questa carica ideologica non c’è..
«Assolutamente no, perché non fa parte del retaggio politico di quel Paese. È solo in Europa, e in particolare in Italia, che negli Anni Settanta, caratterizzati da un fortissima carica marxista, siamo davvero andati vicini alla rivoluzione. E questa pesantissima connotazione ideologica della protesta che si svolge nel nostro Paese fa una sostanziale differenza. Negli Stati Uniti chi marcia su Wall Street se la prende contro i capitalisti “collusi” con il potere politico ma è capace di commuoversi per la morte di Steve Jobs, che è stato uno degli illuminati interpreti di quel capitalismo di mercato. Da noi l’atteggiamento è ben diverso. Ci si augura la fine del sistema di mercato».

Quindi in Italia non è chiaro nemmeno ai contestatori chi è il nemico con cui prendersela?
«Il problema dell’Italia è il debito pubblico. E il debito pubblico è il pessimo, drammatico risultato di cinquant’anni di politica clientelare. Se si dovesse protestare realmente e giustamente contro qualcuno, in Italia lo si dovrebbe fare non tanto contro le banche o la Banca d’Italia, ma soprattutto contro i politici che, in tanti anni, hanno prodotto una degenerazione di questo sistema, impedendo le riforme, ingessando il mercato del lavoro, regalandoci un welfare insostenibile».

Secondo lei la sinistra per calcolo, o miopia, sta soffiando sul fuoco della protesta?
«Io non credo che gli indignati di casa nostra, che non hanno, effettivamente, ben chiaro il loro obbiettivo e il loro vero nemico, tanto che alzano cartelli paradossali contestando la riforma delle pensioni e l’articolo 18, siano eterodiretti. Sono invece più propenso a pensare che ci sia una parte dell’establishment politico che da anni si esercita a cercare un capro espiatorio piuttosto che prendersi la responsabilità di fare le riforme. Mi passi la battuta: in quel corteo non mancavano slogan “tremontiani”».

La sinistra italiana, che boccia e contesta a prescindere, ha dei rimedi da suggerire?
«Vede, la constatazione che si può fare analizzando questa terrificante situazione è proprio il fatto che i partiti e le forze politiche sono decisamente inadeguati. E questa totale assenza di progettualità, che si ritrova oggi nelle culture politiche con cui dobbiamo interloquire, è essenzialmente ciò che può rendere realmente pericolosi questo genere, il genere che si sta innescando in Italia, di movimenti di protesta».

Una prospettiva non proprio incoraggiante…
«L’immobilismo del sistema politico ci fa correre un grosso rischio perché di fronte alla mancanza di idee, di alternative e di progetti, di fronte all’apatia, c’è davvero il rischio che anche gli indignati, che non vanno in giro a spaccare vetrine, si convincano che questo rimanga oramai l’unico metodo per fare politica, anzi per fare qualcosa».