«Dialoghi sulla sinistra»

Da parecchi anni la cultura marxista non dà più rintocchi in Italia e negli altri Paesi d’Europa. Del resto, del marxismo oggi è anche difficile reperire i sacri testi. Non si trovano più nella produzione editoriale e nella circolazione libraria opere come La sacra famiglia o L’ideologia tedesca di Marx ed Engels, per non dire dei libri di Kautsky o di Lenin o di Rosa Luxemburg.
Sembra passato un secolo e più da quando (negli anni ’60-70-80) il marxismo da noi furoreggiava. Si trattava, in verità, di una cultura politica di singolare arretratezza, tutta proiettata nel regno dell’utopia. I nostri marxisti si baloccavano con l’estinzione dello Stato e della politica, cioè affermavano (mentre le loro teste erano oppresse dai disastri del «socialismo reale» nell’Urss e nei Paesi da essa dominati) di lavorare alla costruzione di una società in cui i produttori si «autogovernassero» e in cui, quindi, non ci fosse più bisogno delle strutture statuali e delle mediazioni politiche. Questo ideale anarchico non impediva ai nostri marxisti di servirci la teoria gramsciana dell’«egemonia», benché venisse spiegato loro che questa teoria aveva un carattere illiberale, poiché, quando Gramsci parlava di «egemonia», intendeva quella del «moderno Principe», cioè del Partito comunista. Altro che «democrazia pluralista», come i nostri marxisti e comunisti favoleggiavano di voler costruire: la quale democrazia pluralista (quella vera) in Italia esisteva già, per fortuna, e sapeva chi erano i suoi nemici!
Sembra incredibile, ma questi reperti archeologici vengono oggi ripresi da alcuni ritardatari impenitenti, e serviti come freschissime novità. Così ci siamo imbattuti nell’incredibile (dico: assolutamente incredibile) volume appena pubblicato da Laterza: Dialoghi sulla sinistra (pagg. 330, euro 24), che raccoglie saggi di J. Butler, E. Laclau e S. Zizek, con una prefazione di Laura Bazzicalupo. Qui (si veda il saggio di Laclau) la teoria gramsciana dell’egemonia viene ripresa e discussa come fosse una delle più grandi scoperte teoriche di tutti i tempi. E il riferimento gramsciano al «moderno Principe», cioè al Partito comunista, viene rimosso e ignorato, compiendo così un’operazione che non si sa se definire fantasmagorica o comica. Zizek, invece, scomoda le categorie psicoanalitiche per rianimare la boccheggiante cultura di sinistra. Poco importa che Freud abbia criticato il marxismo respingendone gli assunti fondamentali. «I comunisti - scrive - pensano di aver trovato la via per liberarci dal male. L’uomo è senza alcun dubbio buono, ben disposto verso il suo prossimo, ma l’istituzione della proprietà privata ha corrotto la sua natura... Se si abolisse la proprietà privata, se tutti i beni fossero messi in comune e tutti potessero partecipare al loro godimento, malevolenza e ostilità tra gli uomini scomparirebbero». Ma, diceva Freud, con l’abolizione della proprietà privata si toglierebbe sì all’aggressività umana uno dei suoi strumenti, ma certo non il più forte. In realtà la pulsione aggressiva non è stata creata dalla proprietà; essa dominava quasi senza restrizione nei tempi primordiali, quando la proprietà era ancora estremamente ridotta, e si mostra già nel comportamento dei bambini.
Da Dialoghi sulla sinistra si ricava l’impressione di un completo vaniloquio. A partire dalla prefazione: «Rileggendo Hegel attraverso Lacan. L’immaginazione kantiana intermedia tra essere e forma, viene trasfigurata nella hegeliana immaginazione/negatività, che, violentemente emerge dalla presimbolica notte del mondo, con le sue pulsioni parziali distruttive, che smembrano l’intero e che, pure, enigmaticamente si orientano all’ordine simbolico». Che dire di fronte a tanto fumo? Che, a proposito di Hegel, non si può non ricordare la sua stupenda metafora della notte in cui tutte le vacche sono nere.