Dialogo a due voci tra Castellitto e la Mazzantini

Debutta questa sera alla sala Umberto lo spettacolo «Zorro», tratto dal libro che la scrittrice-attrice ha pubblicato nel 2004 È la storia di un uomo che diventa barbone per amore del suo cane

Francesca Scapinelli

La strada, la vita di chi è senza fissa dimora: significano durezza, sofferenza, stenti. «È disamore, spesso violenza, ma in fondo la strada è anche libertà», osserva Margaret Mazzantini, scrittrice e attrice con alle spalle una carriera già straordinaria, così come altrettanto d’eccezione è il curriculum del marito, regista e attore, Sergio Castellitto.
In queste settimane entrambi sono in tournée con Zorro, l’intenso monologo pubblicato da Margaret nel 2004, dopo una serie di testi teatrali e romanzi di successo tra i quali Il catino di zinco (1995) e Non ti muovere, con cui tre anni fa l’autrice si è aggiudicata il Premio Strega.
La tournée della coppia Mazzantini-Castellitto approda questa sera alla Sala Umberto, nella stessa città in cui abitano. In quella stessa capitale in cui è nata l’idea di scrivere Zorro. «Tutto è partito dallo sguardo di uno dei tanti barboni che si incontrano ogni giorno per strada - spiega la Mazzantini -. Uno sguardo colmo di dignità, fierezza, che si ritrova nelle persone che si trascinano sui marciapiedi, in stazione, magari portando le proprie cose in un sacco, in un carrello del supermercato». L’input, dunque, dall’incrocio con gli occhi di una serie di senzatetto e, precisa la scrittrice, «di uno in particolar modo, un barbone che sta in zona Mazzini». «Come ho scritto nella prefazione al libro - continua Margaret -, in ogni artista c’è il senso dell’erranza, che lo avvicina proprio a chi ha una vita sbandata. Cerco di scrivere della vita, il mio sguardo è sempre ad altezza d’uomo». Parla veloce, Margaret, ha tanto da dire - emozioni, idee, immagini - e si sente che le parole e l’arte del raccontare sono il suo pane quotidiano.
Il monologo Zorro, creato appositamente per Castellitto, ha debuttato nella stagione 2000/01, e nel 2003 ha toccato Roma. Questa è però la prima volta che viene rappresentato come dialogo a due voci.
La storia è quella di un uomo di mezza età che, per non far naufragare il proprio matrimonio, abbandona il cane che ha anche se, in seguito a una promessa, deve accudirlo. Sacrificio inutile: la moglie se ne va, forse con un altro. Di qui inizia la ricerca dell’animale (che ha nome appunto Zorro) e la scelta di vivere per strada. Così il protagonista si lascia andare e gradualmente trova l’orgoglio di liberarsi dalle costrizioni, e convenzioni, imposte dalla società. «Se ci pensiamo - osserva la scrittrice - siamo tutti come sorvegliati speciali, condannati a essere legati a mille fili e doveri che ci privano del senso della libertà».
Lo spettatore di Zorro però non esce dal teatro angosciato o rattristato, semmai più consapevole: «Certo è un colpo allo stomaco, una storia che bacchetta le nostre vite ovattate - così Mazzantini -, ma ha anche momenti di comicità, circense direi». «Tutto nasce da un trauma, che l’uomo subisce da bambino e di nuovo da adulto - spiega Castellitto, che proprio come attore e regista di Zorro è stato premiato e ha avuto ottimi riconoscimenti dalla critica -. Ciò che gli succede è un deragliamento. Dalla vita “normale” finisce sulla strada, dove però trova e recupera una sostanza umana, un patrimonio di emotività e ricerca interiore che aveva perso».
Ecco perché l'opera secondo Castellitto funge da «monito», è una riflessione sulla «l’inadeguatezza di tutti noi di fronte agli aspetti duri della vita». Il cane, perché? «È vero, in ogni mio racconto c’è un animale - spiega Margaret, che, assieme a Sergio e ai tre figli, alleva un cane, Asso, e un gatto, Agostino -. Penso al coniglio del Catino di zinco, al cane di Italia (la protagonista di Non ti muovere, ndr). Con l’animale domestico c’è un passaggio sempre immediato di sensazioni, è un essere caldo, buono, che si può tenere stretto e dà amore».
Sala Umberto, via della Mercede 50. Repliche fino a domenica. Info: 06-6794753.