Il dialogo? Funziona se qualcuno cala le braghe

Caro Granzotto, fra gli scritti promozionali della Marcia della Pace di Assisi ce n’è uno a firma del francescano padre Massimiliano Mizzi dal titolo: «Per l’incontro delle civiltà. Facciamo come San Francesco e il sultano». In pratica, una apologia del dialogo «basato sul rispetto da tutte e due le parti che, nel dialogo, è una regola fondamentale» come dimostra il fatto che San Francesco «non ha nemmeno minacciato il Sultano se non accettava la sua tesi ma ha rispettato la sua libertà di coscienza, regola sacrosanta per chi vuole vivere in pace con l’avversario». Molto edificante, ma che risultati ebbe il dialogo? Fece finire la guerra?

Ora le racconto come andarono i fatti, caro Recchi. Mentre era in corso la Quinta crociata e con l’armata cristiana che stava assediando Damietta, giunsero in Egitto San Francesco e il suo accompagnatore, un monaco di nome Illuminato. San Francesco non era quello che si dice un pacifista: ammetteva l’ineluttabilità di certe guerre ed era arciconvinto che occorresse liberare il Santo Sepolcro. Pensava, però, che per farlo ci fosse un altro metodo oltre a quello dell’uso delle armi. Il dialogo. Facciamo, come s’usa dire, chiarezza: se per dialogo si intende colloquio, comunicazione che permette di eliminare o ridurre gli elementi di dissenso e favorire la comprensione reciproca, San Francesco era, checché ne dica padre Mizzi, tutto meno che un dialogatore. Egli infatti non si provò nemmeno a eliminare o ridurre gli elementi di dissenso col sultano Malik-al-Kamil. Gli disse chiaro e tondo: vivi nel peccato, sei un miscredente. Se vuoi salvarti l’anima convertiti al cristianesimo. Il sultano, che quel giorno era di buon umore, gli rispose: tu, piuttosto, convertiti all’Islam. A quel punto, narra san Bonaventura da Bagnoregio, «vedendo che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, Francesco tornò all’accampamento cristiano». Fine del dialogo. E, ovviamente, niente fine della guerra che seguitò per altri due anni e terminò con la sconfitta dei crociati.
Tutto sommato a San Francesco, che ebbe in sorte di riguadagnare sano e salvo l’attendamento crociato, andò anche bene. Non così per un altro noto dialogatore francescano che i marciatori di Assisi si guardano bene dall’evocare: frate Raimondo Lullo. Un intellettuale, il Lullo, un filosofo e un poeta (anche alchimista, come d’uso all’epoca). Risolutamente certo che il confronto fosse antidoto allo scontro, nel 1316 sbarcò in Algeria per dimostrare Urbi et Orbi l’efficacia del metodo ammansendo quei satanassi dei Mori. Finì lapidato (pietre e sassi, la lapidazione in genere, è uno strumento di dialogo molto praticato nell’Islam). Due episodi storici, questi, che dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio e nonostante quanto vadano cianciando i marciatori pacifisti, che perché ci sia «dialogo», a dialogare bisogna essere in due con uno dei due che accetti di rinunciare alla propria fede, alla propria cultura, ai propri diritti e ai propri fini a favore di fede, cultura, diritti e fini dell’interlocutore. Detto in parole povere, perché il dialogo funzioni qualcuno, alla fine, deve calare le braghe.