Con il dialogo non si fa opposizione

Paolo Armaroli

A Londra, in un angolo di Hyde Park, ogni eccentrico può dire la sua per la gioia di nullafacenti, mamme e baby sitter con pargoli al seguito. E nessuno trova nulla da ridire perché in un ordinamento democratico la libertà di espressione è sacra. Ma se in questo angoletto londinese avessero discettato sull’allargamento della maggioranza e dintorni i tanti uomini politici di casa nostra, sappiamo come sarebbe andata a finire. Sarebbero arrivate le ambulanze e gentili infermieri in camice bianco li avrebbero portati in cliniche specializzate in disturbi mentali. Perché nel Regno Unito, che è la culla del parlamentarismo, la Leale Opposizione di Sua Maestà fa opposizione. Vale a dire incalza il governo, lo mette in difficoltà, avanza proposte alternative e si prepara a sua volta a diventare maggioranza e a realizzare il proprio indirizzo politico.
Da noi, invece, tutto è maledettamente complicato. E non da oggi. A porsi per primo il problema dell’allargamento della maggioranza parlamentare fu Cavour, e lo risolse grazie al Connubio con Rattazzi. Non si comportò in maniera diversa Depretis quando la Sinistra arrivò al potere nel 1876 inaugurando il trasformismo. E Giolitti, che non aveva alcuna stima della natura umana e riteneva che ogni persona avesse un prezzo, occhieggiò ora a dritta ora a manca per risolvere la difficile equazione della governabilità. Un malcostume? Sicuro. Ma un malcostume in qualche misura giustificato dallo stato di necessità. Così il bipolarismo è stato ucciso in culla e per un secolo e mezzo abbiamo avuto maggioranze centriste che si opponevano alle estreme di destra e di sinistra.
Ma in tutto questo c’è lo zampino degli architetti. Sì, avete capito bene. Nel 1848, quando lo Statuto albertino era ancora allo studio, ci trovammo a un bivio. Potevamo imitare l’Inghilterra o la Francia. Com’è arcinoto, dopo qualche iniziale tentennamento optammo per quest’ultima. Lo Statuto fu la fotocopia della Carta francese del 1830. I regolamenti parlamentari furono presi di peso da quelli d'Oltralpe. E le aule parlamentari furono progettate dagli architetti, accidenti a loro, a semicerchio. Con il risultato che fin da allora tutti i parlamentari furono l’uno vicino all’altro più o meno appassionatamente. E a furia di farsi piedino, i confini tra maggioranza e opposizione divennero sempre meno marcati fino a scomparire. Se invece avessimo scimmiottato l’Inghilterra, tutto questo non sarebbe stato possibile. Difatti maggioranza e opposizione siedono su banchi contrapposti. Si guardano negli occhi e, all’occorrenza, nelle carotidi. E inciuci all’italiana non passano neppure per la contraccassa del cervello.
Del resto, fateci caso. Ogni volta che da noi si parla dei rapporti tra maggioranza e opposizione, gatta ci cova. Basterà ricordare che dopo il Sessantotto si cominciò a parlare di nuovi e più corretti rapporti tra maggioranza e Pci, e sappiamo come andò a finire. Nel 1971 i capigruppo dei due maggiori partiti, Andreotti e Ingrao, dettero vita a un regolamento della Camera che più consociativo di così non poteva essere. E, guarda caso, tra il 1976 e il 1979 Andreotti guidò i due governi di solidarietà nazionale e Ingrao fu il numero uno di Montecitorio. Veniamo a oggi. Che tante anime belle della maggioranza auspichino un suo allargamento, dopo tutto si spiega. Basta guardare i numeri ballerini del Senato. Ma che dire di chi contribuisce al dibattito dalle file dell’opposizione, a cominciare da Casini, per essere magari preso a pesci in faccia da Romano Prodi? A costoro ha replicato da par suo Marcello Pera, uno che ha le idee chiare e distinte: «Non ho mai saputo che l’opposizione si facesse col dialogo». Non avrebbe potuto dire meglio.
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