Il dialogo a senso unico dei laicisti

Bruno Fasani

Tra le tante, due notizie hanno tenuto banco nei giorni scorsi. La prima è il rifiuto del vescovo di Genova a presenziare al Festival della Scienza. Troppo laicismo nel programma, avrebbe dichiarato monsignor Bagnasco. E, in effetti, a guardare un po’ tra le righe, si poteva scoprire che una botta alla religione non era poi così imprevedibile. Tra gli anfitrioni di casa del convegno, lo scienziato Pierluigi Odifreddi annunciava di discettare su Dante, sempre dal suo punto di vista e cioè quello de Il vangelo secondo la scienza, un libro presentato esplicitamente come un testo di decostruzione delle grandi religioni. A fargli da spalla, anche Richard Dawkins, con il suo The God delusion. Un titolo che è già un programma. A questo punto, dialogo sì, deve aver pensato il vescovo, ma non anche far la sagoma del tiro a segno.
La seconda notizia viene da Bologna. Altro scenario, altro Festival, il Gender Bender, con cui si propaganda l’omosessualità come fatto culturale, da accogliere e magari da diffondere. A corredo, un po’ d’arte sui generis, con tanto di pedagogica masturbata. La Curia, non avendo la pretesa di fermare i treni senza conducente, si limita a dissentire sul finanziamento pubblico a simili iniziative. Già Prodi ci sta bucando le tasche, rovistando in cerca di spiccioli. Se poi ci si mettono i Comuni a chiedere fondi per mostrare altri «fondi», la storia si mette male. Così devono aver pensato i pretacci di Bologna. Tanto è bastato ai cantori della chiesa estroversa e del dialogo di sola andata, per stracciarsi le vesti.
Che il dialogo sia diventato il nuovo dogma dei cattolici è un dato di fatto. Magari si è un po’ dubbiosi sul fatto che Gesù sia anche Dio. Sulla morale ci si fa sconti da liquidazione. Si guarda al dileggio del Papa e della chiesa con sorridente compiacimento, mentre si assiste in silenzio alla persecuzione dei fratelli cristiani. Su tutto c’è un margine di possibile, ma toccare il dialogo è come mettere le mani sulla Resistenza. Pansa docet.
Sono cresciuto con i libri di Guareschi e la televisione continua a riproporci i film girati sulle trame uscite dal suo genio letterario. Penso che nessuno più di Peppone e don Camillo abbiano impersonato il vero senso del dialogo. Nello stile era un confronto che rifletteva il proprio tempo, ma nell’essenza ne celebrava l’autenticità. E la verità era quella di posizioni, sì lontane, antitetiche, ma capaci di mettere in reciproca discussione la radicalità del proprio pensiero di appartenenza. Il tutto nella ricerca di un autentico senso del vivere, che accomunava il credente e l’ateo dichiarato. Mi chiedo dove sia possibile incontrare oggi la stessa passione di un don Camillo e il suo amore per la verità. A forza di predicare che bisogna cercare ciò che ci unisce e non ciò che divide, il genio cristiano si estenua nei minimi comuni denominatori, che quasi sempre si risolvono nella chiacchiera da salotto, che sfinisce l’identità della chiesa dentro le misure di un generico buonismo. Mi chiedo se non sia tempo di cercare il dialogo con la scienza, con la politica, con le altre religioni che muova, non da posizioni di subordinazione culturale o di arroganza puntigliosa, ma da coraggiose proposte evangelicamente coerenti con la propria origine. Scriveva il cardinale Giacomo Biffi: «La salvezza non verrà dalla capacità degli uomini di chiesa di schivare, con mondana eleganza, ciò che può inquietare e pungere una pace delle coscienze, non fondata sulla verità. Potrà venire solo da una limpida e coraggiosa testimonianza resa, per amore del prossimo, alla luce salvifica di Dio». Oltretutto è solo dalla difesa della propria identità e delle scelte morali conseguenti, che il mondo cattolico può pensare di riprendere terreno all’individualismo religioso e alla sottile apostasia di chi continua a professarsi cristiano, salvo trovarsi d’accordo su tutto e sul suo contrario. Il coraggio non è da tutti, ma Genova e Bologna dicono che ci vuole più forza a dire un no che non ad assecondare il nulla, dietro il pretesto del dialogo e della comunione. Papa Ratzinger, due settimane fa a Verona, ricordava ai cattolici italiani: «La chiesa rimane segno di contraddizione, sulle orme del suo Maestro, anche nel nostro tempo. Solo in questo modo si potrà contrastare quel rischio per le sorti della famiglia umana, che è costituito dallo squilibrio tra la crescita del potere tecnico e la crescita ben più faticosa delle nostre risorse morali».