«Diamogli il diritto di difendersi»

Discutere di Cristoforo Colombo è un bene, anche quando la discussione viene sviluppata sul filo della polemica scandalistica, a patto però che a prevalere non siano le tesi o le visioni parziali, se non di parte. La relazione della storica spagnola Consuelo Varela, tenuta nell'ambito del recente convegno «Genova, Europa, Mondo», per quanto sorretta da un'ampia documentazione, appare segnata da questa «parzialità», nel momento in cui condanna senza appello Cristoforo Colombo, proprio partendo non dagli atti di un processo mai avvenuto quanto da una prima istruttoria viziata da interessi di parte e priva di oggettivi riscontri probatori.
Al fondo c'era il rancore di don Francisco Bobadilla nei confronti di Colombo, un rancore che nasceva da motivazioni politiche, economiche e perfino familiari, storicamente note.
Per usare una terminologia moderna, Bobadilla va perciò ricusato, così come ci sentiamo di ricusare la tesi di Varela, che utilizza la documentazione di Bobadilla e che riversa su Cristoforo Colombo una serie di accuse gravissime, peraltro già lanciate da altri in altre sedi, tese a dare del Grande Navigatore un'immagine ripugnante, personaggio «avido, schiavista, violento».
Senza volerlo fare un Santo, anche se proprio dal Cardinale Tarcisio Bertone, Arcivescovo di Genova, è stata ripresa, forse più a livello di curiosità storica, l'idea della sua santificazione, appare improprio vedere in Colombo un concentrato di malvagità. Dopo gli anni in cui la cultura spagnola aveva trasformato il Grande Navigatore in un campione della hispanidad, è un caso che, proprio ora, si voglia fare in modo che le ombre vengano a prevalere sulle luci della sua impresa?
Nelle stesse ore in cui a Genova, una studiosa spagnola lanciava le sue accuse, a Valladolid, nell'ambito di un Convegno internazionale organizzato in occasione del V centenario della morte di Colombo, Aldo Agosto, direttore emerito dell'Archivio di Stato di Genova e attento studioso colombiano, dimostrava, con l'ausilio di ben 110 documenti, l'origine genovese del Grande Navigatore, con ciò mettendo la parola fine ad ogni altra rivendicazione. Qualcuno, nella vicina Penisola Iberica, male sopporta queste «rivelazioni», al punto da volere trasformare un «genio del mare» - per usare l'immagine tavianea - in un «genio del male»?
Per Cristoforo Colombo - visto che nessuno l'ha fatto - chiediamo perciò un processo d'appello, pubblico e con tanto di giuria, che dia all'accusato il diritto di difendersi, sulla base di documentate conoscenze storiche. Si facciano parlare i documenti, ma proprio tutti. Si portino «testimoni» e li si riscontri. A cinquecento anni dalla morte, Cristoforo Colombo ne ha diritto e con lui quanti si riconoscono nella sua grande impresa, a cominciare dai genovesi.
*Presidente Fondazione C. Colombo