DIAMOND Come salvare il mondo dal collasso

Il biogeografo: «Oggi le società possono confrontare i propri modelli di sviluppo per scegliere quelli meno rischiosi»

Domizia Carafòli
Guardare il mondo al di sopra di una cravatta gialla e cercare di capire dove sta andando. Cercare di vedere nelle orgogliose testimonianze della società odierna, ormai in gran parte unificata sul cosiddetto modello occidentale, le rovine di un mondo futuro. I grattacieli di New York o di Kuala Lumpur o di Tokio saranno domani - potrebbero essere - come le piramidi Maya, sepolte nella giungla. Questo, se avverrà il collasso dell’attuale assetto delle società umane.
Sulla cravatta gialla di Jared Diamond sono stampati in nero i geroglifici dell’antico Egitto. Diamond ha vinto il Pulitzer nel 1997 con Armi, acciaio e malattie (Einaudi) nel quale individuava le ragioni della maggiore o minore fortuna delle comunità umane della preistoria, non tanto in una diversità genetica o biologica fra le cosiddette «razze», quanto nelle diverse opportunità che il territorio, il clima, la vegetazione e la fauna offrivano loro.
Questa grande storia «alimentare» del passato remotissimo diventa adesso un’analisi delle cause del possibile «Medioevo prossimo venturo» (per citare il celebre libro di Roberto Vacca) in Collapse ora tradotto in italiano (Collasso. Come le società scelgono di morire o di vivere, Einaudi, pagg. 566, euro 24), che l’autore - biologo, antropologo, fisiologo e biogeografo - presenta in questi giorni in Italia: l’altro ieri a Torino, il 15 novembre a Roma ai Musei Capitolini, il 16 a Genova a Palazzo Tursi, il 17 a Milano alla Triennale.
Le società non crollano per sconfitte militari o per crisi economiche o politiche, secondo lo studioso di Boston. O, almeno, non solo per questo. La grande opportunità offerta tredicimila anni or sono, al termine dell’ultima glaciazione, dalle piante e dagli animali che l’uomo rese domestici, procurandosi così cibo abbondante e mezzi di trasporto, potrebbe chiudersi, una volta che le risorse del globo siano esaurite per sempre. «E queste risorse - ha detto a Torino Jared Diamond - si chiamano acqua, suolo, foreste, scorte ittiche, biodiversità».
Ci risiamo, diranno alcuni, siamo al solito catastrofismo ambientalista. Ma Diamond non è un fondamentalista dell’ambiente né tantomeno un ecoguerriero, anche se ritiene che per sopravvivere le società umane devono decidersi «a mettere in discussione lo sfrenato consumismo che in passato ci ha fatto ricchi e che oggi non è più sostenibile». Diamond procede per analisi, confronti e caute proiezioni. Offre dati e propone soluzioni. In Collasso ha preso in esame alcune società di cui da tempo ormai non restano che tragiche (o romantiche, secondo i punti di vista) rovine: i Maya, gli indiani Anasazi nativi degli Stati Uniti sudoccidentali, i norvegesi della Groenlandia, i polinesiani dell’isola di Pasqua. Ma anche società attuali come quella ruandese dove si consumò il genocidio del 1994, Haiti, la Cina, l’Australia.
«Queste società di oggi come quelle del passato - sostiene Diamond - mostrano gli stessi sintomi di disagio individuabili prima di tutto nel dissesto del territorio e nella sovrappopolazione. Gli studi che ho effettuato mi dimostrano che i crolli delle società sono dovuti essenzialmente ad alcuni fattori, i quali ovviamente spesso interagiscono: l’incapacità di gestire le risorse ambientali, i cambiamenti climatici (indipendenti dall’azione umana o da essa provocati), la caduta dei rapporti commerciali con i popoli limitrofi oppure la pressione di popolazioni nemiche, l’incapacità delle istituzioni politiche ed economiche di riconoscere le vere cause delle loro difficoltà».
L’esempio più impressionante, che costituisce anche il più bel capitolo del libro, è la storia dell’isola di Pasqua. «Quando nel 1722 l’esploratore olandese Jacob Roggeveen avvistò l’isola - racconta Diamond - 171 chilometri quadrati, a 3700 chilometri dalle coste cilene e a 2100 dalle isole polinesiane del gruppo di Pitcairn, si trovò davanti a una terra brulla e desolata, battuta dai venti oceanici e abitata da una popolazione denutrita e triste. Sull’isola non nidificavano neppure gli uccelli marini. L’esploratore - e gli altri che seguirono - non capivano come questa popolazione degradata fosse stata in grado di erigere i colossi di pietra che ancora oggi rendono l’isola famosa». Diamond ha usato gli strumenti dell’archeologia, della biologia, della zoologia e dello studio dei pollini fossili per ricostruire la tragedia consumatasi sull’isola di Pasqua. «Ci vollero 800 anni per abbattere la millenaria foresta subtropicale che ricopriva l’isola. Una foresta lussureggiante che comprendeva anche una palma gigantesca. I tronchi servivano per costruire le lunghe canoe polinesiane, se ne facevano funi e congegni per issare le statue di pietra. Ma quando la foresta fu cancellata, il suolo si inaridì per l’azione combinata della salinità e del vento, gli uccelli marini si estinsero, non si ebbero più canoe per pescare in mare aperto, il cibo venne a mancare. La drammatica situazione alimentare portò a scontri civili e persino a un diffuso cannibalismo».
La tragedia di Pasqua («ecocidio» lo chiama l’autore) è emblematica per Diamond dei rischi che oggi il mondo corre per l’esaurimento delle sue risorse naturali ma è anche uno dei motivi del suo cauto ottimismo. «Gli abitanti di Pasqua erano totalmente isolati - sostiene - e non potevano confrontare il loro disastroso “modello di sviluppo” con altri. Oggi noi possediamo tutte le informazioni necessarie per evitare di compiere errori irreversibili». Ma non sembra che la circolazione delle informazioni riesca ad arrestare, per esempio, l’incalzante deforestazione dell’Amazzonia. «È vero. Ma ci sono Paesi come il Giappone, parte dell’Europa e anche una piccola nazione come la Repubblica Dominicana, che hanno provveduto a riforestare in buona parte i loro territori».
La speranza non muore e una soluzione prima o poi la si trova per tutto. Lo pensava anche il polinesiano che intorno al 1680 (da documentazione storica), abbatté l’ultimo albero sull’isola di Pasqua.