Diario di un brigatista rosso sul viale del tramonto

di Rino Di Stefano

Il titolo è «Avresti dovuto almeno salutare tua madre» ma, forse, sarebbe stato più appropriato «Diario di un brigatista rosso sul viale del tramonto». E sì, perché questo libro racconta la cronaca dell'attività di un capo terrorista della colonna «Walter Alasia» durante l'ultimo periodo degli anni di piombo, cioè quando le Brigate Rosse cominciarono a sfaldarsi, dividendosi in più tronconi, permettendo così alle forze dell'ordine di identificare ed arrestare coloro che per una quindicina d'anni avevano fatto precipitare il Paese in un clima di odio, terrore e sangue. Il tutto in nome dell'utopia comunista di una rivoluzione violenta contro lo «Stato delle multinazionali». Non funzionò, ma dal 1974 al 1988 le Brigate Rosse rivendicarono 86 omicidi, mentre 911 persone vennero inquisite per partecipazione a banda armata.
L'autore di questo libro, che si firma Paolo Masi con un nom de plume, in qualche modo faceva parte di quel mondo estremista che credeva nella lotta armata come sbocco della lotta di classe. Ancora oggi ammette apertamente i suoi antichi ideali, anche se dice di essersi convertito al pacifismo. E questo dopo aver passato i guai suoi con la legge, a causa di un paio di Kalashnikov e un giubbetto antiproiettile dei quali gli era stato attribuito il possesso. A che cosa gli servissero, non lo ha mai spiegato...
Fatto sta che adesso, con questo libro, Masi propone al lettore il diario di ciò che un gruppo di brigatisti avrebbe organizzato, e portato a termine, nell'ultimo periodo della loro attività terroristica. E c'è di tutto: rapine per autofinanziarsi, attentati, omicidi e tanto sangue. Non manca neppure un serial killer, che ama fare a pezzi tutte le donne gli capitano a tiro. Ma quanto c'è di vero in questo libro? E quanto è lasciato alla fantasia dell'autore? Masi risponde di aver scritto una storia romanzata, mettendo insieme entrambe le cose. In altre parole, assemblando realtà e fantasia, avrebbe realizzato una specie di moderno «romanzo criminale» in salsa brigatista, dove le vere azioni clandestine dei terroristi rossi si mischiano ad una trama fantastica che fornisce colore e credibilità all'insieme.
Già, ma dove comincia l'uno e finisce l'altra? Cosa c'è di vero nella storia del gruppo di brigatisti che si muove con disinvoltura tra Genova, Milano e Roma ammazzando nemici e traditori, e rapinando banche e aziende? Questo, Masi non lo dice. Ci invita, però a entrare in quel mondo dove tutti erano armati e pronti a sparare al minimo sgarbo, facendoci conoscere i mezzi e gli uomini che aiutavano i protagonisti della lotta armata. Ed ecco che spuntano medici compiacenti sempre pronti a curare ferite da arma da fuoco, cliniche svizzere pronte ad aprire le porte (dietro lauto compenso) al ferito di turno, un vorticoso giro di denaro e di complicità che aveva lo scopo preciso di far crollare l'odiato sistema democratico a favore della sognata dittatura del proletariato. Persino il povero Guido Rossa, ucciso il 24 gennaio 1979 alle 6,40 del mattino, mentre stava per recarsi al lavoro all'Italsider, viene definito «spia e delatore», nonché «infiltrato tra gli operai camuffandosi da delegato». Per la cronaca, Rossa era un operaio iscritto al Pci e faceva parte del Consiglio di Fabbrica per la Fiom-Cgil. Nel libro viene spiegato che l'intenzione dei brigatisti era quella di dare una lezione a Rossa, sparandogli alle gambe, perché aveva denunciato l'operaio Francesco Berardi (poi condannato a quattro anni e mezzo, morto suicida in carcere) per aver distribuito volantini BR in fabbrica. Si vede, però, che Rossa, pur colpito e ferito in modo grave, si era messo ad insultare pesantemente i brigatisti, uno dei quali allora è tornato indietro e gli ha sparato di nuovo, uccidendolo intenzionalmente. Fu l'inizio della fine per i comunisti combattenti. Infatti, fino a quando sparavano ai direttori degli stabilimenti e ai giornalisti, se la cavavano con l'accomodante appellativo di «compagni che sbagliano». Ma quando si sono messi ad ammazzare anche un operaio che aveva il solo torto di credere in un mondo democratico, dove la politica si fa andando a votare e non sparando agli avversari, il vaso si era colmato. Come scrisse a suo tempo il giudice Gian Carlo Caselli, esisteva una «criminale sproporzione tra le utopie rivoluzionarie e la pratica fanatica degli attentati contro persone indifese, elette a simboli da abbattere con spietata ferocia».
Ecco, il libro di Masi racconta proprio ciò che i brigatisti avrebbero provato, e i contrasti che emersero fra di loro, quando i loro capi vollero colpire Guido Rossa.
È un romanzo, come si diceva e come afferma l'autore. Tuttavia nella prima edizione, che dovrebbe presto essere seguita da una seconda con la Feltrinelli, la parola «romanzo» non appare da nessuna parte. Così come non c'è la nota, fondamentale in questi casi, che qualifica il testo come opera di fantasia, non attinente fatti accaduti e persone realmente esistite. Tanto, per esempio, che salta agli occhi la somiglianza tra il personaggio del professor Giorgio Pedroni, avvocato dello stesso Masi nel libro, e il noto avvocato Gian Domenico Pisapia, illustre giurista tra i redattori del Codice di Procedura Penale, e padre di Giuliano Pisapia, attuale sindaco di Milano. Non solo. L'autore commette anche la sciocchezza, mi si passi il termine, di parlare in prima persona di se stesso, con tanto di nome e cognome, quale comandante dei brigatisti protagonisti della storia. Con le conseguenze che si possono immaginare.
Per il resto, il libro è scritto in modo efficace, anche se per circa il 90 per cento del suo contenuto è tutto un fiorire di dialoghi, senza approfondire (volutamente) il carattere e l'intima essenza dei personaggi. La lettura, comunque sia, è interessante.
«Avresti dovuto almeno salutare tua madre» di Paolo Masi, edito in proprio, 289 pagine, 15 Euro.
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