Diario di guerra di un genovese prigioniero degli inglesi e del deserto

Alessandro Uca ricorda l’anno passato in Algeria accanto al generale Graziani: «Sono salvo anche grazie all’amicizia con un capo tuareg»

Alessandro Massobrio

Algeria, anno 1945, località Maison Blanche, campo 211, gabbia M. Ogni «gabbia» contiene 1200 prigionieri italiani. Ogni prigioniero italiano contiene un mare di ricordi, di nostalgia, di voglia di tornare. E la voglia di tornare ha l’instancabile movimento delle onde che si infrangono sulla spiaggia. Batte e ribatte sugli scogli, non dà tregua alla mente, non tollera fughe. Né in avanti, né indietro, né soprattutto in alto, verso il cielo.
Il cielo, in certe notti d’Africa, somiglia al mantello che Harum el Rashid, il sultano delle Mille e una notte, soleva indossare nel corso dei suoi vagabondaggi per Bagdad. E quando nel cielo appare il volto triste della luna, l’incanto è completo. Allora anche le gabbie, con il loro contenuto d’uomini, acquistano una dimensione fiabesca. Sembrano castelli di filigrana d’argento mentre non sono altro che lager, indegni di un popolo che si definisce civile come quello britannico.
Ma americani ed inglesi rivelano per le gabbie una imprevedibile passione: Ezra Pound è rinchiuso in una gabbia nel campo di Coltano presso Pisa. Alessandro Uca, classe 1918, trascorre in una gabbia un intero anno, sotto il controllo delle mitragliatrici inglesi. Oppure, in assenza di queste ultime, dei pugnali dei beduini. Sempre puntuali all’appuntamento con coloro che ripongono nella fuga le loro ultime speranze.
Speranza di che cosa poi? Le truppe italiane, non appena internate, sono subito sottoposte ad un regime alimentare debilitante, che viene posto in atto forse proprio per frustrare ogni velleità di evasione. E poi ci sono le vaccinazioni (cinque iniezioni praticate simultaneamente) che richiamano alla mente una sorta di sperimentazione, come dicevano i medici di una volta, in corpore vili. Sul corpo, vale a dire, di una cavia da laboratorio.
Ma non è soltanto Alessandro Uca a subire angherie ed avvilimenti della propria dignità di persona. Accanto a lui, in una gabbia per così dire riservata, viene condotto un giorno un personaggio di grande spicco nell’Italia d’anteguerra. È il generale Graziani, ex maresciallo dell’impero, ridotto ora a condurre l’esistenza della bestia feroce dietro le sbarre dello zoo e a subire, alla presenza dei suoi stessi soldati, maltrattamenti e talvolta anche percosse.
Eppure, per parafrasare una antica massima latina, in primo luogo occorre sopravvivere. Il resto - vale a dire il complesso dei diritti di cui anche i prigionieri hanno la possibilità di avvalersi secondo i principi stabiliti dalla convenzione di Ginevra - passa in secondo piano. E per sopravvivere la vecchia tecnica del commercio in natura risulta sempre vincente.
«Vede - mi confida Alessandro Uca, mentre di fuori la pioggia avvolge di un grigio uniforme il cielo di Rivarolo - per vivere occorre mangiare e la dieta a cui ci sottoponevano gli inglesi era troppo stretta perché non cercassimo in qualche modo di integrarla. Meno male che c’erano gli arabi. Con loro l’intesa nacque subito, senza bisogno neanche di parlare. Noi gettavamo al di là della gabbia qualche parte del nostro corredo militare, di cui non prevedevamo di avere impellente necessità (che so? un paio di scarpe, pantaloni, camice usate) e loro ci rispedivano indietro un pacchetto con datteri e fichi secchi. Magari anche un po’ di sigarette. Quello che non mancava mai era la sabbia, che da quelle parti entra dovunque e in chiunque».
E gli inglesi tolleravano che questo tipo di commercio si svolgesse così, sotto i loro occhi?
«Certamente, purché noi fossimo disposti a pagar loro una sorta di tangente. Ma le spiego meglio. Tra la nostra gabbia e gli arabi, gli inglesi avevano costruito un’altra rete di protezione. In pratica, si trattava di un camminamento, dove passeggiavano le sentinelle britanniche. Le regole che da sempre regolavano quel commercio, erano rigorose. Agli inglesi andavano un po’ di franchi per chiudere, per qualche minuto, non uno ma entrambi gli occhi. Durante questo tempo, ci si poteva dedicare al lancio, ma se un pacchetto disgraziatamente cadeva nel corridoio, quello diventava bottino di guerra e finiva, senza discussione, nelle tasche delle sentinelle».
Una sorta di lotta per la sopravvivenza. Lei come riuscì ad adattarsi a quel tipo di vita?
«Come le ho detto, so adattarmi alle circostanze e poi devo confessare che se non fossi stato costantemente sotto la protezione del mio amico tuareg, non so se sarei riuscito a tornare a casa».
Un amico tuareg?
«Un capo tuareg, per la precisione. Il capo di tutta la popolazione araba della zona. Se ne stava là, mezzo accucciato nella sabbia e controllava non soltanto la vita dei prigionieri ma anche i movimenti di inglesi e francesi. Quasi a rivendicare il fatto che il deserto era suo, per una sorta di diritto millenario. E se permetteva che fosse occupato da stranieri, si trattava soltanto di un fatto momentaneo e che comunque non comprometteva minimamente i suoi inviolabili diritti sul territorio. Una volta che ci permisero di uscire sotto scorta, mi fece un cenno perché mi avvicinassi. “Tu es un bon garçon”, mi disse. «Davvero? - gli risposi stupito - e da che cosa lo capisci?»
«Des yeux», mi fece, indicandosi con indice e medio le pupille. Da quel momento, divenne, per così dire, il mio angelo custode. Mi seguiva ovunque. Era presente ovunque io fossi. Credo fermamente che abbia steso intorno a me una sorta di cordone sanitario. Fu anche per questo motivo che non tentai mai la fuga, come invece altri prigionieri italiani. I quali, acciuffati dagli arabi, venivano poi venduti alla legione straniera locale. Non senza aver prima subito prepotenze e violenze di ogni tipo. Anche sessuali».
Con questo tuareg lei ha mai scambiato qualche parola?
«Parecchie volte e mi ricordo con grande stupore che non si trattava di una persona incolta. Una volta mi parlò persino di Genova. La conosceva come grande porto e centro industriale, anche se non mi risulta che ci fosse mai stato».
Nel corso di questo anno, trascorso in Algeria, si ricorda di qualche episodio non dico piacevole, ma che abbia lasciato in lei una traccia meno dolorosa?
«Certamente. Fu il Natale del ’45. Gli inglesi bandirono per l’occasione una sorta di gara a premi tra le varie gabbie del campo 211. In palio, sigarette e cioccolato. Alla nostra fantasia libertà assoluta di produrre qualche “capolavoro”. Perché, come ci disse un colonnello britannico, noi italiani siamo magari maiali, porci e fascisti ma senza dubbio possediamo del genio. Ebbene, il primo premio se lo assicurò proprio la mia gabbia grazie ad un sergente di marina, che se non era un genio poco ci mancava. Pensi che riuscì, con gli scarsi mezzi a sua disposizione, a costruire un modellino di sommergibile in plexiglas. Senza contare poi una splendida pinacoteca, i cui quadri erano dipinti su fondi di scatole di cartone. Mi chiederà quali colori usavamo? Presto detto: erano i fondi della marmitta dove noi prigionieri preparavamo il the per i nostri carcerieri inglesi. Mischiati, ovviamente, alla onnipresente sabbia del deserto». Proprio come sabbia del deserto, giorno dopo giorno, il 1945, l’annus horribilis della nostra storia patria, si dissolse nella clessidra del tempo. L’anno seguente, il ’46, fu quello del ritorno in Italia. La guerra era finalmente terminata. Alla vigilia di Pasqua, Alessandro Uca ed i suoi compagni furono nuovamente caricati su un bastimento diretto a Taranto.
Sbarcare e chinarsi a baciare la terra fu un atto solo e spontaneo. Ma era destino che le peripezie non dovessero ancora essere concluse. A Taranto aspettavano infatti i reduci un nuovo campo di concentramento e nuove privazioni alimentari. La fame era tanta, la generosità della gente del posto infinita, ma le truppe alleate facevano buona guardia. Al punto che la stessa madre del nostro protagonista, accorsa da Genova per portare qualche conforto al proprio figlio, rischiò, col suo panierino sotto braccio, una sventagliata di mitra, per essersi troppo avvicinata al reticolato.
Poi, d’improvviso, più nulla. Come se niente fosse neppure cominciato. Come se tutte quelle vite, disperse nei deserti dell’Africa e sulle distese ghiacciate delle Russia, nei cieli e sul mare, fossero state destinate ad una sorte analoga a quella dei semi sparsi, a larghe manciate, sul maggese. Vite che devono morire per generare nuove vite, secondo l’imperscrutabile legge che ci governa.
Una mattina, i reduci del campo di concentramento di Taranto, non trovarono al loro risveglio più nessuna mitragliatrice, più nessuna sentinella. Erano liberi così come erano stati prigionieri. La follia degli uomini, che aveva preso origine dal nulla, nel nulla era ritornata.
Alessandro Uca ritornò alla Certosa di Rivarolo, rivide gli amici di sempre (quelli che la morte non aveva rapito con sé), ritornò al bar di sempre, riprese le abitudini di sempre. Con una differenza, però. Che nel bar, a mescergli il solito bicchiere di vino, c’era Teresa. Quella Teresa che oggi il protagonista di questa storia chiama Nerina e che è ormai da sessant’anni la sua sposa.
Mi guardano i due anziani con un sorriso che il tempo non ha saputo scalfire. Non chiedono nulla, non pretendono nulla. Nutrono soltanto la speranza che una lapide, un piccolo rettangolo di pietra, applicato ad una qualche cantonata, ricordi - per anni, per secoli, per quanto la memoria degli uomini consente di non dimenticare - il sacrificio di quei giovani, che conclusero le loro brevi esistenze nel mare di Creta.