Il Diavolo del pallone tra le finte verginelle

Lo chiamavano Pinocchio, ma nelle intercettazioni tutti pensano che dicesse la verità. E i mille amici sono scomparsi

Riccardo Signori

N on lo chiamavano tutti Pinocchio? Certo, non diceva mai la verità. Invece adesso è tutto vero. Parole intercettate, in attesa dei fatti, che valgono oro. Colato. Ora siamo sicuri che Luciano Moggi ha sempre detto la verità. Così lo crocifiggiamo meglio. Luciano Moggi? Pardon, ieri per tutti era Luciano. Oggi è solo Moggi. Noi, in Italia, siamo specialisti nel distinguo creativo. Una volta era Lucky Luciano, oggi è solo Luciano, e non più Lucky, con quel viso un po’ così che domenica pomeriggio sbandierava dalla tribuna dello stadio Delle Alpi. Gli altri festeggiavano, piangevano, sorridevano con la mascella serrata. Lui, molto meno luciferino di quanto vogliamo farlo passare, se ne stava con lo sguardo perso, desolato, neppur la forza di alzarsi dal sediolo. Più casereccio, più vero, conscio che c’erano troppi guai sulla testa sua per consolarsi con un gol di Ibrahimovic.
E, probabilmente, sentiva dentro di sé quel ritornello che cantava Ornella Vanoni: «... la musica è finita, gli amici se ne vanno...». Già, quanti sono gli amici (o ex?) di Moggi? Forse non basta l’elenco telefonico di New York per contenerli. Quanti sono quelli che dovrebbero dire: grazie Luciano. Almeno mezza Italia calcistica. Ma adesso lui è il diavolo e il resto verginelle con il viso arrossato. Quando John Elkann ha messo la croce sulla storia juventina, e forse calcistica del direttore generale, avrà dimenticato che Moggi è stato davvero servitore di due padroni, ovvero di suo nonno Gianni e del prozio Umberto. Eppure nessuno si è girato dall’altra parte quando sono arrivati scudetti e successi, danari dal mercato e giocatori per ogni gusto calcistico. Moggi è stato uno straordinario professionista per chiunque abbia lavorato. Non discutiamo i mezzi, l’etica e tutto quanto fa scandalo, ma sui risultati nessuno ha avuto da lamentarsi: a Napoli come a Torino. Dove è andato ha vinto, fatto vincere, lavorato per l’interesse suo e del parentado, soddisfatto datori di lavoro e tifosi. Chi ce l’aveva fingeva di non vedere e non sentire, chi non ce l’aveva si scandalizzava, salvo circuirlo con qualche telefonata, chiedergli consigli, stringere alleanze.
È vero, Moggi è stato capace di dire bugie anche all’Avvocato circa la cessione di Vieri, ha perfino negato a suo figlio (abbiamo scoperto dalle intercettazioni) di aver ingaggiato Ibrahimovic. Con tanto di cappello alla ferrea intransigenza del professionista. Suvvia, peccatucci veniali rispetto ai meriti acquisiti con sistemi di cui tutti sussurravano, dicevano, immaginavano, ma solo ora si cominciano ad intravvedere le prove. Finalmente sistemi documentati. A quel punto Luciano, scarpe grosse e cervello fino, ha capito che quella straordinaria avventura di un bigliettaio di Civitavecchia, cominciata sotto il nomignolo «Er paletta» che talvolta ha sentito sgradevole, era giunta alla fine. Del resto siamo nel Paese in cui tanti facevano la coda dietro a Craxi e tutti, o quasi, gli hanno tirato le monetine. C’è solo la pelata che possa accomunare Moggi e Craxi, ma c’è questa Italia che non perde colpi quando c’è da trovare il diavolo in un mare di santarelli.
Anche dietro Moggi c’è stata coda, ed ora c’è il vuoto. Il nostro conosce le regole del gioco. Stavolta i 68 anni che portava baldanzosamente cominciano a pesare. E quel motto, «Non c’è problema!» che ogni interlocutore, telefonico e non, si è sentito ripetere come un grido di battaglia, è impietosamente avvizzito, strozzato, fuori luogo. «Non c’è problema», ora sì che sarebbe una bugia. Ed infatti non lo dice più. Moggi è stato un benemerito anche per i giornalisti. Chissà quante registrazioni. Raramente ha evitato di rispondere al telefono, a differenza della gran parte di soloni calcistici con la quinta elementare in tasca. Magari raccontava bugie, ma teneva rapporti, trattava tutti alla pari, concedeva interviste avendo imparato le regole del gioco. Se la Juve taceva, Moggi parlava sapendo che non si può lasciare campo libero agli avversari. Un grande giornalista un giorno disse a Boniperti: «Se non parli tu, scriviamo noi. Ed è peggio». Moggi lo ha sempre saputo e non ha mai concesso il vantaggio. Sentirlo, certo sentirlo, in silenzio è il sintomo dell’uomo che sa di essere sconfitto, senza appello. Gli insulti, ne ha presi tanti e dovunque, forse gli fanno meno male dell’esser stato scoperto in questo delirio di onnipotenza che lo ha fatto sbandare, sbagliare, cadere nel trappolone. Tutto quanto hanno raccontato le intercettazioni, e racconteranno, sarà un colpo al suo orgoglio di uomo furbo. Il resto sono problemi di coscienza. Ma qui l’arbitro sarà solo lui. Ed, allora, chissà se Moggi potrà ancora dire: che razza di arbitro mi hai mandato?