Il «diavolo» di Teheran si fa uno spot negli Usa

Ahmadinejad parla alla Columbia University di New York. Il rettore nell’introduzione lo chiama "dittatore" e lui si offende. Il presidente iraniano cade nel ridicolo negando l’esistenza degli omosessuali nel suo Paese, ma ottiene il risultato voluto: i media danno spazio alle sue tesi

New York - Sembrava non poter succedere. Da quando, nel febbraio 1979, l’imam Khomeini rimise piede a Teheran e nove mesi dopo l’ambasciata statunitense di Teheran si trasformò in una prigione per diplomatici l’America aveva chiuso le sue porte agli esponenti del regime degli ayatollah. A spezzare il tabù ci pensa, per un autentico paradosso della Storia, il presidente che rischia di portare l’Iran alla guerra con gli Stati Uniti, il presidente che inneggia al nucleare e minaccia di cancellare dalla carta geografica il miglior alleato mediorientale di Washington. Per lui si aprono, ieri pomeriggio, le porte della Columbia University, simbolo e apogeo del panorama culturale statunitense. Per ascoltarlo fanno la fila studenti, autorevoli professori. Il rettore Lee Bollinger lo accusa di esibire i tratti del peggior dittatore. Lui lo narcotizza con un sermone scientifico-religioso su tecnologia, scienza e potere occidentali lanciati nella realizzazione di armi di distruzione di massa. Qualcosa che mai - garantisce - avverrà con il nucleare della Repubblica Islamica. Quando il tramortito Bollinger cerca d’inchiodarlo pretendendo un sì o no sull’invocata distruzione d’Israele, lui sguscia via accusandolo d’imporgli le risposte, di dimenticare le regole della democrazia e i diritti dei palestinesi.

Così «il male» sbarcato nel cuore della Grande Mela, come annuncia il New York’s Daily News, l’«assassino» che la comunità ebraica accoglie a colpi di accuse e svastiche, gioca a far l’americano, a rompere gli schemi, a giocare con i media, usandoli e piegandoli. Ripete che l’America non gli farà mai guerra, nega di fornire armi ai suoi nemici e ai terroristi, esclude di voler attaccare chicchessia, elenca le meraviglie di casa. «In Iran - racconta disinvolto - la gente è gioiosa e felice, libera di esprimersi». Le donne, ripete convinto, sono libere di esprimere quel che pensano, le più libere al mondo». E in quel favoloso Iran non esistono neppure omosessuali, «di certo non tanti come qui da voi». Fischi e risate lo sommergono, ma Ahmadinejad ha già il risultato in tasca.

È il primo presidente iraniano capace di scavalcare i recinti del Palazzo di Vetro, invadere la terra degli americani, penetrare attraverso gli schermi della Cbs nelle loro case, conquistare il podio di un ateneo simbolo della loro cultura. Mohammed Khatami «il riformatore» veniva tenuto alla larga, Mahmoud «il male» conquista in un colpo solo la grande tribuna televisiva, diplomatica e culturale, mette il cappello su tre simboli della democrazia americana. A difender l’onore di casa restano solo il segretario di stato Condoleezza Rice e lo scatenato «amico» francese Nicolas Sarkozy. La Rice salva il salvabile, elogiando la decisione di tenere il grande nemico lontano da Ground Zero. «Permettergli di andare sarebbe stata una farsa», risponde Condoleezza dipingendo Ahmadinejad come «il presidente del più grande Stato sponsor del terrorismo».

Intanto l’intervista del presidente francese Nicolas Sarkozy al New York Times esplode come un paradosso nel paradosso. Mentre Mahmoud conquista l’America l’unico disposto a contrastarlo, l’unico pronto a scatenargli addosso un «arsenale di sanzioni» è Nicolas Sarkozy. Il presidente di una Francia pronta a tutto, quattro anni fa, per fermare l’invasione dell’Irak e la politica di Bush si trasforma nell’unico alleato della Casa Bianca. L’unico in Europa a chiedere alle aziende di Stato la fine di ogni rapporto commerciale con l’Iran. L’unico a suggerire la rinuncia a quegli idrocarburi iraniani determinanti per bilanci di Total e Gaz de France. L’unico a pretendere da un’Europa mai disposta a sacrifici di lanciare sanzioni capaci di rimpiazzare quelle dell’Onu. «Non è vero – spiega al New York Times - che non esistano altre soluzioni oltre alla resa e alla guerra... c’è anche una gamma di soluzioni tra cui il rafforzamento delle sanzioni fino a renderle funzionanti». L’unica soluzione da evitare, per ora, è la guerra evocata dal suo ministro degli esteri Bernard Kouchner. Per il resto vale tutto. Vale scatenare un arsenale di sanzioni. Vale chiudere le porte del negoziato. Vale bloccare qualsiasi ipotesi d’imminente viaggio a Teheran avanzata dall’incauto Kouchner.