Diavolo a testa alta, ora cerca lo scudetto

Franco Ordine

Applausi alla partenza, aeroporto di Barcellona, dieci e trenta del mattino, applausi all’arrivo, scalo della Malpensa, ore 13 in punto. Tocca al Milan reduce dalla dolorosa eliminazione in coppa Campioni, ferito in tutto tranne che nell’onore, scoprire l’altra faccia, riconoscente e razionale, del pallone italiano. Qui non si bruciano bandiere nè si organizzano assalti squadristi ai reduci del Camp Nou. «È una delle nostre fortune, abbiamo tifosi straordinari, meritano tutto il nostro rispetto e anche tutto il nostro futuro impegno» chiosa Adriano Galliani, vice-presidente vicario ancora alle prese con una sconfitta che resta un macigno sui suoi sonni notturni. Anzi un incubo legato al fischio di Merk, l’arbitro tedesco finito sotto accusa per quel gol buono, anzi buonissimo, tolto a Shevchenko e al Milan, a metà della seconda frazione. Avrebbe cambiato tutto o niente. Avrebbe incatenato Rijkaard al palo del supplizio.
«Non so cosa faremo come società (si pensa a una lettera ufficiale di protesta da spedire alla commissione arbitri dell’Uefa, ndr), so soltanto che Merk, giudicato il miglior fischietto d’Europa, ha avuto una prestazione scadente. E non c’entra soltanto il gol di Sheva. C’entra il recupero ridotto all’osso e accorciato ulteriormente di 30 secondi: col cronometro non si può sbagliare. Allora mi è venuto in mente il rigore fischiato per il Chelsea e tante altre cose», insiste e rincara la dose Galliani, amareggiato ma non deluso o tradito, e ai suoi occhi risulta riqualificata all’improvviso tutta la classe arbitrale italiana, spesso finita sotto processo per meno, molto meno.
Per questo, il Milan, ferito in tutto tranne che nell’onore, «bravo e sfortunato» come segnala il presidente del Coni Gianni Petrucci, seguito in tv da ascolti degni della Nazionale (10 milioni incollati agli schermi di Canale 5) si riconosce nei sentimenti di Silvio Berlusconi il premier rimasto dinanzi alla tv, mercoledì sera. «Ci hanno annullato un gol assolutamente regolare, comunque abbiamo giocato bene» il suo commento che vuol dire una stretta di mano alla compagnia. Già, il gol buono. Andrji Shevchenko, il protagonista numero uno del giallo del Camp Nou, è pronto a ricostruire l’episodio clou. «Ve lo giuro, io Puyol non l’ho nemmeno sfiorato, tra noi non c’è stato alcun contatto, lui forse è scivolato, io avevo le braccia larghe e ho colpito la palla libera» ripete l’ucraino il mattino dopo. E niente serve a mitigare l’amarezza o le lacrime di Seedorf, ieri graziato dalla disciplinare (ridotta a un turno la squalifica).
«Quando giochi partite così dove si lotta su centimetri se non su millimetri, vedersi annullare un gol così è una cosa ingiusta» incalza Shevchenko che ha sufficiente onestà intellettuale per consegnare al Barcellona le chiavi di Parigi («finale meritata») e per rievocare il motivo essenziale dell’eliminazione. «Può capitare di avere giocatori fuori forma in un certo periodo della stagione, ma noi abbiamo pagato gli errori di mira dell’andata, non il ritorno in cui siamo usciti a testa alta» la chiosa di Shevchenko che si avvia, probabilmente, verso una decisione drastica relativa ai suoi acciacchi, il tendine duole e può essere una spiegazione parziale delle sue perfomances poco soddisfacenti. Vorrebbe riposare, fermarsi per presentarsi in forma al mondiale.
Agli applausi dei tifosi, ai riconoscimenti della critica, si aggiungono così i rimpianti di Ancelotti e di Galliani: «Sapevamo che l’avremmo giocata alla pari e così è stato, negli ultimi 15 minuti ha trasformato uno stadio in festa in un luogo della paura, abbiamo preso un gol a San Siro, l’abbiamo restituito al Camp Nou, è finita 1 a 1» racconta e spiega il dirigente berlusconiano abituato a una contabilità diversa per risultare soddisfatto di questa medaglietta, uscita alle semifinali e primo posto nel ranking dell’Uefa, davanti al Barcellona, grazie alla resa continentale negli ultimi cinque anni. «Ora ci aspettano tre partite in campionato, tre partite assolutamente da vincere, alla fine faremo i conti» suggerisce Shevchenko. Ma forse è un altro supplizio per il Milan. L’ultimo.