il dibattito dei lettori

2LA TRUFFA DEL RITOCCO
Peggio di una cicciottella

che si spaccia per Demi Moore
Il termine «Fotoshop», nel lessico informatico, si riferisce ad un processo che consente di modificare e manipolare immagini in un Pc attraverso un normale programma.
La manipolazione di immagini ha registrato negli ultimi tempi un vero e proprio boom.
Una delle categorie che utilizza con sano entusiasmo questa pratica è quella delle «belles de jour». Una ritoccatina al seno cadente, un assottigliamento di fianchi un po' tondeggianti, un deciso lavoro di piallatura sui crateri di cosce cellulitiche, un miracoloso allungamento di gambe un po' tracagnotte, et voilà! il gioco è fatto. La nostra eroina, ammiccante da qualche sito, è pronta per attirare nella sua trappola il macho che sogna mezz'ora da sballo con una specie di Demi Moore e che si troverà di fronte, invece, una casalinga di Voghera in guepière e stivali alla D'Artagnan. Ma questo è una violazione della legge. Non sono un avvocato e non so come classificarla: truffa? pubblicità ingannevole? Il punto è che, comunque, così facendo, si inganna, si mente, si millanta: insomma ci si comporta da disonesti.
Se tutto questo è vero, il Governatore Burlando ha materia per farsi un serio esame di coscienza.
Sgombriamo intanto il terreno da un equivoco. Indipendentemente da quanto Burlando spergiura, a me non interessa se lui sapesse o meno del taroccamento della famosa foto. Se lui sapeva, è complice. Se non sapeva (ma non ci credo), è uno sprovveduto oppure nella catena decisionale della Regione non conta niente.
In tutti i casi, la conclusione dovrebbe essere la stessa: andarsene, finalmente, una volta per tutte. A Burlando, per mera sfortuna (anche se ha una vera e propria vocazione a scivolare su tutte le bucce di banana che incontra sul suo cammino), la situazione è completamente sfuggita di mano ed ora tutti hanno ben chiaro il burlando-pensiero: la Resistenza, così come la vede lui ed i suoi sodali in Regione, è una donnetta stanca, avvizzita, disfatta da uno sfruttamento intensivo di ben sessantaquattro anni da parte di tipacci senza scrupoli. Non possiamo presentarla così, dobbiamo darle un'aggiustatina forte, un maquillage deciso: e allora giù con il bisturi ed il Fotoshop.
Ma, vede, Burlando, qui non si tratta di aggiustare la foto di una valletta senza veli per la gioia di un camionista né di turlupinare un cliente ad alto tasso ormonico.
Qui si tratta della Storia e, se mi permette, della Resistenza, quella vera. Modificarla a proprio piacimento è cosa che accadeva solo nella Kampala di Idi Amin.
Questa volta, Burlando, non si scherza più ed è anche ora che lei la pianti di insultare la nostra intelligenza (parlo di quella di tutti i genovesi, ovviamente) e di trattare i suoi corregionali con l'arroganza di un capataz latinoamericano.
Purtroppo so già che, tanto per usare una metafora automobilistica, ancorché la sua dignità sia in riserva con rosso fisso, lei non lascerà la sua suite a Piazza De Ferrari.
Ma, malgrado il fetore dell'intera faccenda, non è tutto da buttare. Consoliamoci, per esempio, sognando le sgangherate risate che si farà nel buio della sua cameretta la signora sindaco, un'altra che vola alto, vivendo e rivivendo ogni fotogramma dell'incidente tipo «Scherzi a parte» in cui è incappato l'amato collega.
Come direbbe Totò, «Burlando, ma mi faccia il piacere, mi faccia....».
2LA MANIA DEL POLITICALLY CORRECT
Anche per la sinistra è più difficile

ingannare l’opinione pubblica
Caro Direttore, la notizia dei manifesti «ritoccati» della Regione per far credere che la resistenza si combattesse con mazzi di fiori e allegre scampagnate, dimostra la volontà di nascondere pistole e bombe a mano in nome del politically correct; le armi erano oltretutto di fabbricazione americana, con annesso imbarazzante riconoscimento al contributo degli odiati yankee, specie da chi, per tutta la vita, ha orientato le sue preferenze sul «paradiso sovietico».
Inoltre, la sinistra è strutturata per gestire politica e comunicazione secondo categorie ideologiche totalmente superate. Nell’epoca attuale tutto è velocissimo. È bastato che qualche solerte lettore, lesto con la cornetta o l’e-mail, segnalasse l’anomalia e che Diego Pistacchi svolgesse un’ottima inchiesta a tutto campo, per trasformare a tamburo battente la loro «ingenuità» in un caso nazionale.
Ma la sinistra non ha la flessibilità necessaria per adeguarsi facilmente a un mondo che marcia al ritmo velocissimo delle trasformazioni radicali, imposte dalla globalizzazione. È quindi evidente che impapocchiare l’opinione pubblica con scuse risibili e imbarazzate diventa molto più difficile che in passato. Come questa vicenda dimostra chiaramente.
Edoardo Musicò
2DA COFFERATI ALLA RESISTENZA
Ogni giorno il Giornale

ci stupisce. Pure sull’opposizione
Non passa giorno, caro Direttore, che il Giornale non ci riservi la denuncia di qualche «marachella» da parte dell'opposizione (tempestivamente stigmatizzata appunto dal nostro quotidiano). C'è sempre in ballo il «caso Cofferati» e va detto che la questione del «manifesto resistenziale celebrativo» taroccato ha del prodigioso (a proposito: complimenti a Iginio Narici, a Ferruccio Repetti e a Diego Pistacchi). Siamo nel più schietto teatrino della politica (altro che l'antico e rinomato Peppino De Filippo, nei ruoli a lui più congeniali). Comunque questi eventi sono nel loro genere suscettibili di più d'una considerazione.
È ovvio che Sergio Cofferati (alias «il cinese») può candidarsi dove gli pare se la formazione politica cui appartiene (il Pd) glielo consente. Resta singolare che egli, dopo la fine dell'esperienza bolognese, sia venuto inscenando una simile farsa tesa a depistare solo i lettori particolarmente ingenui presso i giornali favorevoli alla sinistra. D'altronde prima di andare a fare il sindaco a Bologna aveva accennato alla sua intenzione di ritornare alla Pirelli che aveva lasciato, in anni lontani, per assolvere al distacco sindacale presso la Cgil dove era divenuto in seguito segretario generale. Il ritorno in quel di Genova (per motivi di famiglia) e la candidatura alle europee conferma che la nostra regione è (almeno per la sinistra) un rifugio forse sicuro per gli uomini della Prima Repubblica.
Quante volte in passato si è sentito da parte dei politici di allora il solito linguaggio sclerotizzato per cui l'uno diceva «devo sciogliere la riserva», l'altro attendeva allo «scioglimento di un nodo», un altro ancora «manifestava spirito di servizio» ecc.. Le solite finte per poter meglio tirare alle cariche disponibili (con relative prebende annesse) come è memorabile nel detto popolare secondo cui «il prete Lumachino (o Michele) tira ad ogni cosa con il suo fucile». È singolare che Sergio Cofferati, avendo fatto il sindaco a Bologna, non si candidi in quella circoscrizione nella quale si colloca il capoluogo dell'Emilia Romagna. Se ha ben meritato, nella sua carica, dovrebbe essere conseguenza logica, cioè necessaria.
Il ripiegare sulla circoscrizione del Nord Ovest è un ulteriore colpo alla credibilità del Pd Ligure (comunque vada l'elezione a Sergio Cofferati, altro che problemi di famiglia dell'ex-sindacalista!). E su questo i liguri tutti in genere sono tenuti a riflettere. Queste situazioni sono ulteriori incentivi ad insistere sul varo della riforma costituzionale: non è il caso di sottolineare l'importanza del Senato delle Regioni (una forma analoga al Senato degli Usa: lo stesso numero di posti per ciascun Stato della federazione). È opportuno ricordare questa soluzioni istituzionale perché il Parlamento europeo ha scarsa importanza chiunque ci vada ad occupare un qualche posto. Io stesso andrò a votare convinto che tale assise europea non serva assolutamente a nulla.
È più che sufficiente un Direttorio degli effettivi capi di governo e dei loro staffs tecnici per tenere sotto controllo la burocrazia di Bruxelles, di Strasburgo, di Francoforte ecc.. Che Cofferati (e altri - di Sinistra) vadano a Strasburgo per fare opposizione al governo nazionale di centrodestra sarà per loro la consueta fatica sprecata (cioè come «pestare l'acqua nel mortaio» proprio nei termini dell'espressione genovese). Naturalmente i costi per i diversi Stati (e particolarmente per l'Italia) in modo da mantenere inutili strutture parlamentari non possono che deprimerci non solo nelle nostre rispettive tasche di contribuenti. Non vi è dubbio che esprimo una mia contraddizione e tuttavia è meglio, tali contraddizioni, affrontarle lucidamente dicendole espressamente per quello che sono. Non nasconderle invece con espedienti di modesta caratura quali quelli che portano sempre a dire delle bugie o a taroccare i manifesti per alterare gli eventi storici nella loro schiettezza lacerante. Riconoscerli per tali è l'unico modo possibile per lasciarli andare, distaccarci da loro, e aprire veramente un altro orizzonte.
Claudio Papini