Il dibattito nel Pdl Un partito leggero e diretto: seguiamo il modello Usa

È davvero importante il dibattito aperto da Sandro Bondi, e alimentato da numerosi altri protagonisti, sulle prospettive del Pdl.
Per parte mia, credo che il futuro appartenga ai «partiti americani»: esattamente il modello leggero, non burocratico, centrato sul rapporto diretto tra leader ed elettori, indicato da Silvio Berlusconi. Nei grandi partiti anglosassoni, le cose funzionano proprio così: c’è un leader forte e aggregante; c’è una grande compattezza programmatica su poche ed essenziali questioni (i sei-sette punti che si mettono di volta in volta al centro dell’agenda elettorale, rifuggendo dai «programmi zibaldone»); su tutto il resto, c’è un dibattito vitale animato da think-tank, riviste e centri studi, che cercano di rifornire di contenuti e «software politico» il proprio schieramento. Dopo di che, sul piano organizzativo, diversamente dalla cattiva esperienza italiana, in cui i partiti pensano sempre a occupare il territorio e la società, le grandi forze politiche anglosassoni sanno muoversi «a fisarmonica»: espandendosi nei momenti elettorali (e conciliando una capillare campagna «porta a porta» con le più sofisticate iniziative mediatiche, dai media tradizionali a internet), e comprimendosi ad elezioni terminate, senza nessuna pretesa di dominio sulla vita civile.
Tra l’altro, questo modello ha due grandi vantaggi: il primo è che non consente al ceto politico tradizionale di conquistare un monopolio dell’impegno nel partito, che resta invece apertissimo a chiunque voglia dedicare anche solo una piccola fetta di tempo (magari via internet) alle proprie idee e alla causa in cui crede; il secondo è che contribuisce a «deideologizzare» il voto, favorendo scelte elettorali più pragmatiche, essenzialmente (e sanamente) legate al giudizio dei cittadini sulla performance dei governi uscenti: «Se hai governato bene, ti rivoto; altrimenti, avanti un altro».
Sta proprio qui, a mio avviso, il miracolo elettorale costruito da Berlusconi nel 2008, certificato dal rapporto Itanes (edito da Il Mulino) sui flussi elettorali di due anni fa: da quella ricerca, emergeva lo spostamento a destra di un 3 per cento complessivo di elettorato che alle elezioni precedenti aveva votato Ulivo (una cosa notevolissima: più di un milione di persone, circa un decimo di coloro che avevano scelto la lista unica Ds-Margherita).
Un anno dopo, alle Europee del 2009, un sondaggio Ipsos-Sole 24 Ore ha compiuto un passo ulteriore nel descrivere lo «sfondamento a sinistra» del Pdl, chiarendo che quasi un operaio su due (il 43 per cento) aveva deciso di schierarsi con Berlusconi, circa il doppio di quelli che invece si dichiaravano pronti a votare Pd. Insomma, la figura di Berlusconi ha una capacità speciale di catalizzare consensi, ben al di là dei settori sociali ed elettorali di riferimento: il premier riesce a conservare i suoi elettori più consolidati, ma anche a convincerne altri che vengono da una diversa storia politica.
E allora che deve fare il Pdl in vista delle elezioni regionali? Deve «nazionalizzarle», deve richiamare il senso politico complessivo del voto, deve collegare le specificità proprie dell’una o dell’altra situazione territoriale con i toni e le parole d’ordine di una campagna elettorale che va ricondotta alle realizzazioni e all’attività del governo nazionale. Una maggioranza che ha agito bene su tanti dossier: le emergenze Campania ed Abruzzo, il contrasto alla criminalità, l’ottima gestione della crisi economica, l’avvio di riforme coraggiose - dalla giustizia all’università alla pubblica amministrazione - dovrebbe richiamarli e metterli al centro del proprio appello al voto.
Insomma, non vanno impostate e condotte tredici campagne elettorali, tante quante sono le Regioni coinvolte, ma ne serve una sola.
*Portavoce del Pdl