Il dibattito sull’enigma di Cogne

La mia solidarietà

a Lorenzetto
Sono letteralmente esterrefatto e sconcertato per la lettera di Sandro Veronesi ed esprimo la mia completa e sincera solidarietà a Stefano Lorenzetto. La cosa che mi lascia impietrito è che nessuno voglia ricordare che c’è una povera donna che sta per morire. Credo che quando muore perfino la pietà resti poco da salvare di questa società.


Le zone oscure

della perizia Viglino
Innanzitutto ringrazio Stefano Lorenzetto per aver finalmente rotto il muro di silenzio su Maria Grazia Torri e il suo libro, per il quale ho avuto il piacere di collaborare quale autrice «a latere» per i commenti all’atto d’accusa, i commenti alle tre relazioni mediche e per le contestazioni alla perizia Viglino; libro che le è costato un riacutizzarsi delle sue sofferenze, tanto dal ridurla in fin di vita. Viglino omette di segnalare al giudice, nelle conclusioni, la frattura occipitale (unica non accompagnata da lesione tegumentaria) che egli definisce «a mappamondo». Questo tipo di fratture si producono per impatto violento contro superfici ampie, piatte, e dure: quindi non può essere una frattura prodottasi per rimbalzo sopra il materasso. Alcune lesioni della superficie cranica, che è convessa, riguarderebbero a dire di Viglino «il solo tavolato esterno». Anche questa affermazione confligge con la tesi di aggressione frontale in quanto un colpo inferto sulla superficie convessa del cranio in direzione antero-posteriore provoca prima le lesioni del tavolato interno che ha un minore raggio di curvatura. Inoltre le ferite tegumentarie sono talmente polimorfi che, supposto un aggressore, bisognerebbe considerare sia l’utilizzo di più armi, sia di entrambe le mani per colpire, sia di una diversa forza vulnerante. Già questi tre rilievi comprometterebbero tutto l’impianto accusatorio e non su ipotesi che sarebbe difficile dimostrare (non sappiamo, infatti, se e come sia stato conservato l’encefalo, né se sia possibile fare, dopo questi anni, ulteriori indagini sui vasi cranici, né se l’emorragia sub aracnoidea qualora verificatasi potesse essere stata di quelle senza alterazioni rilevabili dei vasi, come però potrebbe accertarsi solo sui vivi mediante angiotac). I rilievi che ho fatto si basano esclusivamente sulle affermazioni di Viglino e quindi sono dati oggettivi e non confutabili; ce ne sono comunque altri, come meglio specificato nel libro.
Dott.ssa Agnesina Pozzi
Medico perito del tribunale
di Lagonegro

Ho avuto conferme

dagli Stati Uniti
Caro Lorenzetto, ho sempre letto i tuoi articoli chiari nella sostanza ed eleganti nella forma, e mi ha sconvolto il tuo pezzo dedicato a Maria Grazia Torri. Incredulo, da ex collega, ho contattato via internet eminenti neurochirurghi di Boston (uno dei quali è mio stretto parente e ha insegnato neurochirurgia per molti anni) e di Filadelfia e mi è stato concordemente risposto che in letteratura medica, sebbene assai rari, sono esistiti casi simili a quello di Cogne. Devo confessarti che anch’io con l’arroganza del plurilaureato avevo sorriso all’affermazione della mamma prima e della dottoressa Satragni dopo che «al bambino era scoppiata la testa», pur essendo convinto della estraneità di Annamaria al delitto per un semplice particolare che mi era subito saltato agli occhi all’epoca delle indagini: quando fu ripetutamente fotografata e televisizzata nell’imminenza del fatto, Annamaria, che all’epoca aveva una massa leonina di capelli, li aveva perfettamente asciutti e puliti. E come era possibile visto che il sangue di Samuele era schizzato dovunque e sino alle pareti e al soffitto che lei ne fosse rimasta indenne essendo per di più china sul piccolo mentre ripetutamente lo colpiva (17 volte!)? Come avrebbe fatto a lavarsi i capelli, asciugarli (era inverno) e rimettersi in ordine nel bravissimo spazio di tempo fra il delitto e l’arrivo della dottoressa Satragni, del pronto soccorso e dei carabinieri?
Gaetano Inglese e-mail
Le responsabilità

della stampa
Caro Lorenzetto, i suoi articoli mi lasciano alternativamente furioso o commosso per quanto descrive e/o denuncia, ma mai tiepido. L’articolo su questa straordinaria donna è ancora più sconvolgente: non ho seguito Cogne; queste storie infinite mi annoiano perché è ormai accertato che tutte le parti interessate (stampa inclusa) vogliono che questi drammi non abbiano mai fine. Quando da un telegiornale appresi che dopo un anno (o forse due, non ricordo) si replicavano le ispezioni alla villa, mai peraltro sigillata come accade nei Paesi seri, capii che avevo ragione a non occuparmene. Le argomentazioni della Torri mi sembrano di una rilevanza logica e fattuale notevoli: sottolineano tra l’altro il grado di abissale incompetenza, sciatteria e disonestà intellettuale che spesso caratterizza l’italianità quotidiana.
Ettore Ulivelli e-mail

Beato chi ha

fame di giustizia
Ho letto l’intervista che Stefano Lorenzetto ha dedicato sul Giornale alla sua collega Maria Grazia Torri. Mi ha colpito profondamente per diverse ragioni. La prima è che condivido ciò che ha precisato sull’innocenza della Franzoni. La seconda è che condivido anche ciò che ha detto sulla giustizia. Avrei voluto scrivere direttamente alla dottoressa Torri, ma giustamente non è stato fornito l’indirizzo mail. Vorrei però farle sapere che un illustre sconosciuto, quale mi sento di essere, le rammenta che Gesù nel discorso della montagna (Matteo 5,6) assicura «beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati».
Ernesto Pasquale e-mail