Lo dice pure Napolitano: sinistra non è credibile "Così com'è non potrà mai vincere le elezioni..."

Il presidente invita il Pd a rileggersi la lezione di Antonio Giolitti, l'ex deputato comunista poi passato al Psi e diventato ministro: "Essere credibili significa mostrarsi capaci di esercitare l’azione di governo". Il Colle indica i mali della sinistra: socialdemocrazia sottovalutata e anticraxismo viscerale

Roma - Oggi a Palazzo Chigi c’è Berlusconi. E domani? Dov’è il ricambio, a sinistra? No, non scherziamo, dice Giorgio Napolitano: «Chi fa politica» da quelle parti «adesso, a quanto pare, è all’opposizione» e, se non cambia, rischia di restarci per sempre. Errori vecchi, come «la sottovalutazione della socialdemocrazia» e l’anticraxismo viscerale, sbagli nuovissimi. Fatto sta che la sinistra, sostiene il capo dello Stato, dovrebbe leggere Antonio Giolitti «e la sua definizione di alternativa» perché chi si candida al governo del Paese deve offrire agli elettori un programma «credibile, affidabile e praticabile». Cosa che evidentemente, a giudizio del presidente, il Pd e gli altri non fanno. La sua conclusione, per quanto amara, è una sola: «O l’alternativa la si immagina così, o si resta all’opposizione».
Dopo i sommessi contrasti delle ultime settimane, Napolitano è durissimo, quasi irridente nei confronti del suo ex partito. L’occasione gliela dà un confronto a tre con Giuliano Amato e Eugenio Scalfari in ricordo di Antonio Giolitti. Proprio l’ex deputato comunista, poi ministro socialista, aveva spiegato bene il percorso giusto che doveva fare la sinistra. Ora il capo dello Stato lo ripropone, usando le stesse parole: «Essere credibili significa mostrarsi capaci di esercitare l’azione di governo. Essere affidabili vuol dire togliersi di dosso il sospetto di volersi insediare al potere come alternativa senza alternativa. E per praticabile si intende rendere realistici e per ciò convincenti gli obbiettivi da raggiungere, gli ostacoli da affrontare e la gradualità per superarli».

Oggi, osserva ironico il presidente, «chi fa politica a sinistra, mi pare, è all’opposizione». Insomma, non è cambiato niente, o quasi. «Sono passati quindici anni dal libro in cui Antonio scriveva questa riflessione. Lui oggi non c’è più ma resta vero che l’alternativa la si deve immaginare così, altrimenti si rimane all’opposizione».
La sentenza presidenziale conclude un processo che dura da decenni. L’errore fondamentale, afferma il capo dello Stato, risale agli anni settanta, quando la sinistra italiana snobbò la socialdemocrazia in favore dell’eurocomunismo. Napolitano, all’epoca esponente di spicco dell’ala migliorista «filosocialista» del Pci, se lo ricorda bene. «Da noi - racconta - c’è stata una drastica sottovalutazione e una non conoscenza dell’elaborazione socialdemocratica europea». Le Botteghe Oscure preferivano guardare a Georges Marchais e Santiago Carrillo piuttosto che verso Willy Brandt e Francois Mitterrand.

C’era anche, a dire il vero, un grosso problema di compagni di strada. «C’era il Psdi, ma sue prove politiche furono, per usare un eufemismo, molto deludenti». E c’era il fattore B. «Però - aggiunge Napolitano - non possiamo dimenticare che all’epoca la vera questione è che c’era il Psi diretto da Bettino Craxi. Potevamo fare tutti i discorsi che volevamo, ma chiunque ci avrebbe detto: “Ma c’è Craxi. This is a rub, questo è l’intoppo, per dirla shakespearianamente».

E poi, conclude il presidente, ci sono cause più generali. «Io sono convinto che ci sia stato un più o meno graduale, e in alcune fasi brusco, grave impoverimento culturale dei partiti e della loro funzione formativa». Di più: «C’è stato un vero e proprio divorzio della politica dalla cultura». Di chi è la colpa? «Di tutti. Il rapporto si è rotto da entrambi i lati, dagli ultimi dieci o venti anni».