Diceva l’Avvocato: «Ultrà? Ineleganti e pericolosi»

Negli anni Sessanta della inimitabile Inter di Angelo Moratti, Italo Allodi ed Helenio Herrera nacque, in comune buona fede, il fenomeno del tifo italiano organizzato, quello che noi giovani cronisti chiamammo «una passione con tessera e divisa». Erano appunto i tempi in cui sugli spalti di San Siro cominciarono a essere esposti, tra urla di gioia e di battaglia, gli striscioni che recavano il messaggio popolare della vita «Sia la sorte azzurra o nera, viva l'Inter viva Herrera». E la moda, lanciata da quel mago ch'era don Helenio, a mano a mano prese piede annunciando le prime scintille. Tant'è che un giorno Artemio Franchi, uno dei più illuminati e cinici dirigenti che il nostro football abbia prodotto, mi disse che non sapeva come sarebbe andata a finire e però era preoccupato «per la piega che già stanno prendendo certe cose». E Gianni Agnelli, nell'ambito di un'inchiesta che stavo conducendo sulla nuova Italia della domenica, arrivando a giudicare l'incalzante movimento degli ultrà lo definì «a mio gusto personale non molto elegante in sé e, senza voler esagerare, potenzialmente un pochino pericoloso».
Parlo dell'inoltrato secolo scorso all'alba avanzata del terzo millennio e, domandandomi perché nel lungo frattempo ci siano stati prima i feriti e poi i morti, trovo una spiacevole spiegazione di base: proprio in questo famigerato frattempo da noi è cresciuta, e seguita a crescere, una diffusa maleducazione nei comportamenti anche più spiccioli. Basta vedere che cosa succede negli affollamenti dei supermercati, nelle convulsioni del traffico stradale, nell'assalto ai posti a sedere sui mezzi pubblici dove non c'è un ragazzo, naturalmente dotato di telefonino e auricolari vari per l'uso di altri aggeggi sfornati dalle galoppanti tecnologie, che senta il dovere di alzarsi di fronte a una signora di ottant'anni. Perché? Perché nessuno, a partire dai suoi genitori, gli ha insegnato come si fa a vivere da persone civili.
Ora, quando la maleducazione si impianta in un «genus» già per naturale conto proprio mal disposto all'osservanza delle regole, ecco che si crea la proliferazione della teppa delinquenziale cui appartengono «anche» le falangi armate del tifo. Le quali (e appunto non sono le sole) respingono qualunque principio di legittima autorità nel nome di una sacra «anarchia» oppure in quello abusato di una «democrazia» che offende i diritti di ciascuno invece che esserne il presidio.
Adesso il governo e le società hanno assunto contromisure tecniche che, pur essendo colpevolmente tardive, ci auguriamo diano almeno qualche frutto: i minuti di silenzio che in questo week end hanno introdotto le partite negli stadi socchiusi sono ancora poca e triste cosa. Ciò che rimane è il senso di una maleducazione generalizzata difficilmente guaribile (e non sono certo edificanti, per esempio, talune ricorrenti pubbliche risse dei maestri parlamentari). E resta, di fronte alla bagarre di competenze insorta tra i versanti politico e sportivo, l'impressione della superficialità demagogica con cui si sono avanzate le ipotesi di magiche terapie. Si è detto, per fare un caso: privatizziamo gli stadi. Benissimo. Privatizziamo anche le strade e le piazze che li circondano?