«Diceva: vado da un’amica E poi me lo sono visto in tv»

«Ber-lu-sco-ni!», «Ber-lu-sco-ni!» Sarà la suggestione, non dico, ma quando il collega della Rai si piazza davanti allo specchio magico, pronunciando ad alta voce il nome dell’infame, il «quadro danzante» va come in crisi epilettica. Uno sfarfallìo, un plenilunio stroboscopico, una schizofrenia di colori: sembra la discoteca dei matti. Sarà la suggestione, ripeto. Però se uno dice «cavallo», «trampolino», «Abbiategrasso», invece di «Berlusconi», la fantasmagoria di lucette del luna park da parete risulta meno smitragliante, meno esagerata, più smorta, ecco.
Ce ne sono due, di music picture, nell’ufficetto di Massimo Tartaglia, giù all’Altatek di Cesano Boscone. Uno sui toni del rosso, l’altro è color cielo. Roba di plastica. Grandi come un foglio di giornale, all’incirca. L’idea iniziale era che i pallini luminosi che obbediscono a impulsi sonori dovessero accendersi al suono della musica, e insomma seguire, sottolineandoli, i tapum della disco dance, quando andava di moda. Però la magia funziona anche con la voce umana, il che in qualche modo ha finito per sminuire il sortilegio che aleggiava intorno ai «quadri in musica» o «musica inquadrata», o «musiquadri» creati dall’uomo che un mattino di dicembre del 2009 attentò a Berlusconi. Insomma: dovevano decretare il genio dell’artista Tartaglia, quei quadri ballerini, e invece gli si sono sgonfiati in mano come soufflè.
Music picture. Ovvero? «Ma no, cosa vuole, dei gadget... », minimizza imbarazzato Alberto Fortini, quarantanove anni socio da quattro dei Tartaglia padre e figlio in questa aziendina (dipendenti tre: il suddetto e i su accennati) specializzata nel montaggio di circuiti elettrici stampati e nella riparazione di obliteratrici. Dice «gadget», il Fortini, ma si vede benissimo che pensa «puttanate». «Massimo ciondola intorno a questo suo brevetto da vent’anni, e voleva che io lo seguissi anche quando si mise a istruire la pratica per il brevetto internazionale. Ma io non avevo nessuna voglia di buttar via soldi. È una cinesata», giura il Fortini; e vuol dire un giochino, una di quelle cazzabubbole da marciapiede che una volta, quando i cinesi erano meno sfacciati, e stavano con due piedi in una scarpa a casa loro, erano made in Taiwan.
Cesano Boscone, la mattina del 14 dicembre 2009, sembra la réclame della malinconia pensata da un artista di Belgrado: un grigiore, un mortorio, un freddo da uscire pazzi. All’intorno, una delle grandi Coree che impiombano la periferia sud di Milano. Centri commerciali e casermoni popolari pieni di terùn, intervallati da caseggiati a tre piani presidiati da una piccola borghesia a cui è andata un filino meglio, e infatti avanzano anche i soldi per il Babbo Natale che si arrampica sul balcone. L’Altatek, in via Colombo, è in un capannoncino sgarrupato coi mattoni a vista, il cemento frollato dall’umido e le cornici delle finestre arrugginite. Dentro, è tutto fermo: i quadri elettrici che attendono di essere farciti di fili e interruttori, il fax, i computer, due scrivanie ingombre di carte. Su un appendipanni, un grembiule bianco. Ecco, questo è - era - il regno di Massimo Tartaglia, l’attentatore del cavaliere. Una riproduzione di Kandinskij, una di Monet («Il giardino dell’artista a Giverny») e i due quadri danzanti.
«Più ci penso, meno capisco», confida Alberto Fortini, quarantanove anni, rossiccio, i capelli all’Umberto. «Massimo aveva dei momenti in cui era iroso, perdeva le staffe, dava manate sui muri. Ma più che urlare e sbraitare non faceva. Non ha mai aggredito nessuno, che io sappia. Anche con me, all’inizio, ci furono delle scintille». Cioè? «Cioè se non eri d’accordo con lui, su una qualsiasi discussione, si metteva immediatamente a urlare. Ma poi gli avevo preso le misure. "Buongiorno, buonasera, c’è da far questo, c’è da far quello": il dialogo al minimo, e solo su cose di lavoro. Berlusconi non gli stava simpatico, questo è sicuro. Ma qui dentro non si parlava di politica». Aveva dato segni di nervosismo, alla vigilia dell’aggressione? «Zero». Dunque secondo lei, la premeditazione... «Ma no, dàì. Le statuine forse voleva regalarle a Natale a qualcuno».
Via Giusti 6. Un giardinetto striminzito con cespugli racchi di rose e un ex pinetto che dopo averla sfangata un bel po’ di natali fa, stretto in un vaso, ora si è fatto un pinotto. È qui, in questa stradina incolore, che abitava Massimo Tartaglia. Dico abitava perché ormai tutti qui intorno ne parlano all’imperfetto. Come se fosse morto, come se non dovesse più ricomparire tra i vivi. E infatti l’assedio sotto casa dei furgoni delle tv è proprio quello dei grandi delitti, e si intervistano i parenti del «morto» e i vicini come se davvero avessimo a che fare con uno scomparso. Anche il padre di Massimo, in fondo, ne parla al passato, come di un figlio perso. Anche se in cuor suo naturalmente spera che Berlusconi lo perdoni e non infierisca con una querela; e un po’ è stato anche questo a spingerlo a fare quella telefonata al San Raffaele, domenica sera, «per dirmi costernato, incapacitato, e augurare al premier una pronta guarigione». Alessandro Tartaglia, il padre di Massimo, non parla volentieri dei problemi psichici di suo figlio. Ma nasconderli, a che serve? «I primi problemi, Massimo li ha avuti alla maturità. Però queste cose difficilmente guariscono. Ultimamente andava anche a un’associazione del Wwf a Vanzago, faceva del volontariato. Insomma, sembrava tranquillo. Noi in casa votiamo per il Pd e certo ultimamente abbiamo discusso del clima teso che c’è in politica. Ma Massimo non ha mai detto niente che ci facesse preoccupare. Domenica mattina è uscito di casa alle 11. Diceva che doveva andare da una sua amica... ».
Ecco, tutto così, all’imperfetto: andava, faceva, sembrava. Come di un figlio perso.