DICHIARAZIONE D’AMORE

Lo so, ho già scritto un articolo simile, il 29 agosto per la precisione. Si intitolava «Un calcio ai musoni» ed era l’elogio del calcio e dell’umanità di Gian Piero Gasperini. Un articolo che, solo apparentemente, parlava di sport. Ma in realtà cercava di raccontare in un modo diverso Genova, il modo di avvicinarsi ai problemi, di approcciarsi alla realtà, di affrontare la vita. Pensavo che Gasperini e il suo modo di vivere potessero essere un esempio per Genova, per uscire dalle secche del mugugno fisso, dei soliti noti che si ritrovano ovunque, di una città che si sta suicidando e che nemmeno se ne accorge. Il sorriso, l’assoluta mancanza di arroganza, le buone maniere, il gioco del calcio secondo Gasperini possono essere una metafora di cosa può diventare questa città. Se solo lo vogliamo.
E allora che motivo c’è per tornare sull’argomento? E per di più all’indomani della prima sconfitta stagionale del Genoa in una partita ufficiale? Il motivo è proprio questo: la prima sconfitta.
Credo che quando si fa una dichiarazione d’amore, la si fa per sempre. Non lasciandosi condizionare da una singola giornata. Mia moglie mi perdonerà (spero, almeno) per lo spericolato paragone con Gasperini: ma la amo allo stesso modo se mette i pantaloni, se indossa la gonna, se veste in lungo da sera o se esce con una maglietta. E la amo come e più del primo giorno che l’ho incontrata. Anche se ovviamente capita di litigare. Mi scuso con i lettori se ho dedicato tre righe ai fatti miei e di Loredana, ma trovo che non ci fosse nessun altro paragone così calzante: credo che Gasperini e quello che Gasperini rappresenta vadano amati al di là della sconfitta del Genoa di martedì sera. Anzi, se possibile, di più.
Perchè Gasperini ha dimostrato non solo di saper vincere, mettendo in mostra il più bel gioco del calcio che mi ricordi negli ultimi anni, ma anche di saper perdere. Senza prendersela con il destino cinico e baro, con l’arbitro, con i giornalisti cattivi, con varie ed eventuali. E il suo volto sereno, il suo sorriso imperturbabile, la sua calma che sfodera anche in panchina, anche durante la partita, la sua educazione assoluta, sono certamente un valore. Per il calcio, per il Genoa e per Genova.
Certo, io sono romanista. Certo, io sono «equivicino» a Sampdoria, Genoa e Spezia e spero che vincano sempre tutte. Certo, capisco che martedì sera un tifoso rossoblù avrebbe preferito avere tre o anche un solo punto in classifica in più e un tecnico che fa giocare peggio la squadra o un po’ meno sereno. Ne ho visti e sentiti alcuni, anche in tribuna stampa, già urlare, mugugnare, dire che i giocatori devono tirare la palla in tribuna e non attaccare fino all’ultimo. È gente che, a mio parere, capisce poco di calcio e pochissimo di vita; è la fotografia della vecchia Genova.
Ma il punto è proprio qui: Gasperini può essere un valore per Genova, proprio perchè i suoi pregi vanno al di là del calcio. Riguardano la sfera della convivenza civile, dei rapporti umani, della voglia di cambiare situazioni incrostate e immutabili. Anzi, «presunte immutabili», verrebbe da dire. Visto che Gasperini, anche solo nel calcio, quelle situazioni le ha toccate. E le ricadute benefiche sono a cascata: sabato pomeriggio era un piacere vedere i bimbi giocare allo stadio nello spazio appositamente studiato per loro; ed è bello sentire anche i nuovi toni di Enrico Preziosi. Da queste colonne ed io personalmente, non gli abbiamo mai risparmiato nulla. Ma vederlo meno aggressivo e più dialogante, più sorridente e meno polemico a volte a prescindere, è un altro segno che, a Genova qualcosa sta cambiando in meglio.
Il sorriso. Gasperini.