Diciassette anni in compagnia della «fatwa»

Anche quest’anno, come accade ormai da diciassette, un’agenzia di Stato iraniana ha ribadito che la fatwa emessa nel 1989 dall’ayatollah Ruhollah Khomeini nei confronti di Salman Rushdie, resterà in vigore «eternamente». Era il 1989 quando Khomeini, massimo esponente della rivoluzione islamica in Iran, scagliò il suo anatema contro lo scrittore di Bombay, condannandolo a morte per aver offeso il Corano e ridicolizzato l’Islam con i suoi blasfemi Satanic Verses (Versi satanici). Vincitore nel 1981 del Booker Prize per Midnight’s Children (I figli della mezzanotte), presidente del parlamento internazionale degli scrittori, Salman Rushdie ha imparato a convivere con la fatwa e tutti gli imbarazzi e gli incidenti diplomatici che essa provoca nel mondo per il rischio che corre lo scrittore e chi gli sta vicino, anche se di recente Mohammad Khatami, presidente della Repubblica iraniana, ha ribadito che non farà nulla per incoraggiare la messa in opera della fatwa. Ma nemmeno per impedirla.