«DICO NO, IO CHE VIVO LO STESSO DRAMMA»

In riferimento a quanto da voi pubblicato su il Giornale del 4 settembre sul caso Englaro, rispondo allo stesso per il dramma della figlia Eluana, dicendovi che anch’io mi trovo nella stessa sua situazione. Io ho mia moglie in stato vegetativo da 5 anni, che non vive, ma vegeta 24 ore su 24 a letto inamovibile per patologia di demenza senile con conseguenze di ischemia cerebrale; dimessa dall’ospedale di Novi Ligure in quanto non era più di loro competenza perché incurabile. E così mia moglie vegeta, e viene assistita familiarmente nutrita, idratata, medicata, pulita in quanto mia moglie non ci vede, non parla, non cammina. Ma io come marito non ho cercato sentenze giudiziarie per farla morire: no sig. Englaro! La vita è nata per farla vivere, e non per farla morire, ma lei ha pensato a quale rimorso andrebbe incontro per aver ammazzato sua figlia facendola morire di fame e di sete se staccasse la spina d’alimentazione? No sig. Englaro, non lo faccia. Viva con sua figlia finché il cuore pulsa, le stia vicino e continui a soffrire per questa situazione perché in questo caso sofferenza vuol dire amore e rispetto. Perciò non cerchi medici che possano staccare la spina, ma cerchi medici, se può, per avere ricerche scientifiche, per salvarla. Voglia bene a sua figlia e abbandoni la sentenza di quel giudice che ne ha decretato la morte.
*Arquata Scrivia