Dico, Prodi tenta l’azzardo al Senato

La discussione sulle coppie di fatto. Primo stop alla sinistra radicale: l’iter inizierà a Palazzo Madama come volevano parte dei Ds, l’Udeur e il Polo

Roma - Alla fine ha avuto ragione Cesare Salvi, presidente della commissione Giustizia del Senato, e anche il capogruppo ds al Senato Anna Finocchiaro e tutto il gruppo della Cdl. E certamente anche Clemente Mastella, che da ministro si è schierato contro il ddl del suo governo e chiedeva che la legge in prima istanza andasse proprio al Senato dove i suoi tre senatori voteranno contro, mettendo così a rischio l’approvazione finale del testo. Ognuno per un motivo diverso quindi, ma tutti chiedevano che il ddl sui Dico venisse inviato al Senato, dove già la commissione Giustizia aveva iniziato a esaminare i nove disegni di legge presentati.
Così dopo una giornata di dichiarazioni, incontri, braccio di ferro, il governo e per esso il ministro Vannino Chiti hanno deciso di avviare l’iter di analisi del suo ddl dal Senato, «augurandosi un confronto senza pregiudiziali». Del resto come aveva anche detto Francesco D’Onofrio dell’Udc, stupito dell’indecisione del governo, «prima o poi il testo sarebbe dovuto passare al Senato».
Nella decisione ha influito anche Anna Finocchiaro, capogruppo ds al Senato, molto infastidita dall’atteggiamento del governo che sembrava voler trasferire tutto alla Camera: «Ho una preoccupazione forte - aveva detto nei suoi incontri con Chiti - che si consideri il Senato come il luogo dove non si riesce a esercitare le prerogative tipiche di una camera legislativa». Soddisfatti anche i senatori della Cdl che chiedevano che il disegno di legge cominciasse il suo iter dal Senato, dove è più facile affossarlo. «Visto che qui è già cominciata la discussione generale sullo stesso argomento, sarebbe stato un singolare scippo cominciare dalla Camera, motivato solo dalla paura del confronto» ha sottolineato Elisabetta Casellati, vicepresidente vicario del gruppo di Fi.
Ma la partita come sempre è doppia. L’ondeggiamento della legge sulle coppie di fatto, ormai nota come Dico, tra Camera e Senato, non era dovuto soltanto a regolamenti istituzionali o a paura (per altri la speranza) che partendo dal Senato la legge non riesca a passare neanche il primo giro. Ma hanno anche avuto ruolo i giochi dentro i Ds alla vigilia del loro Congresso. La decisione di mettere all’ordine del giorno l’esame delle varie leggi sulle coppie di fatto è stata presa dal presidente Cesare Salvi, che è anche esponente della mozione numero 3 del congresso dei Ds, in aperto contrasto con il segretario Fassino. Salvi, contrariamente alle decisioni prese dal governo, si è detto sempre convinto che un disegno di legge del governo su questi temi è sbagliato e che l’unica strada percorribile è quella della legge parlamentare. Con questa intenzione aveva avviato il dibattito in commissione cominciando a esaminare i 9 disegni di legge presentati, certo che l’arrivo del ddl del Governo troverà il dibattito già avviato e fiducioso che alla fine potrebbe uscire un testo parlamentare. Salvi sembra sicuro del fatto suo anche perché nella commissione da lui presieduta la maggioranza conta 14 senatori contro 13. E al Senato un voto è lira pesante. Ma soprattutto non ci sono senatori a vita, non ci sono senatori dell’Udeur e non c’è nessuno dei teodem, i cattolici del centrosinistra che si sono dichiarati contrari ai Dico.
Per Salvi portare in aula un disegno di legge prodotto dalla commissione sarebbe una bella prova di forza da dare anche al suo partito. Ed è per questo che ieri deve aver penato molto, a giudicare dalla stanchezza che mostrava, per ottenere una legge scomoda ma importante. E una cosa, in attesa del ddl del governo, ha tenuto a ribadire ai componenti della commissione: «Il ddl sulle coppie di fatto non contiene alcun principio eversivo e non è un attentato alla famiglia».