«Dicono che sniffo coca e mi curo negli Usa»

IO ME NE FOTTO ANCHE DI BOSSI
Che cosa non ha funzionato fra lei e il Senatùr? Perché non vi siete mai presi?
«Bella domanda. Ci sono due aspetti. Il primo è che io sono uno spirito libero. Tendo ad ascoltare e a confrontarmi, però sono il sindaco di Verona e quindi alla fine prendo le decisioni in quanto sindaco di Verona e prendo quelle più utili alla città. (...) Il secondo aspetto è che, avendo tanto da fare, non bazzico la segreteria federale di Milano, come fanno invece altri, sistematicamente, solo per ingraziarsi il capo. Io sono uno che lavora sul territorio e vado a rompere le scatole agli organi superiori solo se è indispensabile. Questo ti fa percepire come più distante dal movimento. Inoltre, come dice il proverbio? Dagli amici mi guardi Iddio, che ai nemici ci penso io. Se non sei molto presente nelle stanze centrali del movimento, qualcuno che ne approfitta per metterti in cattiva luce con Bossi c’è sempre. Nel mio caso è accaduto. Ma io me ne fotto. Tanto, alla fine, i conti tornano sempre. Chi si comporta bene e fa il suo dovere, non deve temere nulla. Come diceva Seneca, il tempo scopre la verità».
IL PARTITO ERA DIVENTATO COSA LORO
Si aspettava il ciclone giudiziario che s’è abbattuto sulla famiglia Bossi per le spese private sostenute utilizzando i rimborsi elettorali versati dallo Stato alla Lega?
«In queste dimensioni e con queste modalità, no. Che la gestione familistica del partito prima o poi esplodesse, sì. Io sono fra i pochi che hanno avuto la temerarietà di uscire allo scoperto e di andare allo scontro frontale, ma in tanti non ne potevano davvero più, anche fra quelli che facevano finta di non vedere. Era evidente che Bossi subiva le pressioni quotidiane del clan che gli stava intorno». (...) «Questi s’erano convinti che il partito fosse cosa loro. Ma il potere vero era concentrato nelle mani di Manuela Marrone e Rosi Mauro, che comandavano scavalcando il Consiglio federale. Quello che decidevano, diventava legge. Se Bossi non avesse avuto problemi di salute, non avrebbe mai candidato suo figlio, mai. Sapeva benissimo che era un errore madornale. Non è in questo modo che si fa carriera nella Lega».
IN LEGA SOSPESA LA DEMOCRAZIA
Voi vi definite un movimento democratico, di popolo. Vuole spiegarmi allora perché il vostro ultimo congresso federale, il quarto dalla fondazione, fu celebrato ad Assago dall’1 al 3 marzo 2002, più di dieci anni fa?
«Da quando s’è ammalato Bossi, sono saltati gli schemi. Rosi Mauro e gli altri del “cerchio magico” non volevano che si celebrassero i congressi, né quello federale né quelli di Lombardia e Veneto. Facevano finta di nulla, non ne parlavano. C’è stata una sospensione della democrazia interna».
L’IMBECCATA DI NAPOLITANO
Che impressione ha ricavato incontrando il capo dello Stato?
«M’è piaciuto. Ho visto un galantuomo d’altri tempi, per di più molto affabile. Abbiamo conversato a ruota libera, anche dei suoi predecessori».
E vi siete trovati d’accordo?
«Be’, sono rimasto spiazzato da una domanda che il presidente mi ha posto a bruciapelo mentre eravamo sotto gli arcovoli dell’Arena, in attesa di entrare in platea per l’inizio della Traviata: “Ma perché voi leghisti non riproponete la questione del Senato federale, che vi siete un po’ lasciati scappare di mano? Il Senato delle regioni è una proposta importante”».
GOVERNO TECNICO, SPERANZA TRADITA
Non è che l’esecutivo tecnico presieduto da Mario Monti sia poi riuscito a raddrizzare la barca più di tanto. Segno che la crisi economica mondiale se ne frega di chi sta al governo.
«Confesso che all’inizio una speranza in me il professore bocconiano l’aveva accesa. Dopo un anno di impasse viene eletto un governo tecnico. La prima cosa che ti aspetti è che riduca la spesa pubblica, il costo della macchina statale. Monti, appoggiato dal Quirinale, aveva carta bianca per farlo senza guardare in faccia nessuno. Con l’Italia sull’orlo del baratro, non c’era partito che avrebbe avuto il coraggio di ostacolarlo. E invece lui che fa? La scelta più terrificante, e anche la più stupida, quella che avrebbe potuto benissimo adottare anche un ragioniere di Bollate: aumentare le tasse».
QUANTE MALIGNITÀ SUL MIO CONTO
La malignità più cattiva qual è?
«Dicono che, per reggere questi ritmi di lavoro, sniffo cocaina e ogni tanto devo andare negli Stati Uniti a disintossicarmi. Però, anche qui, siamo nella norma. Potrei compilare un campionario delle nefandezze più disparate che circolano su ciascuno dei politici veronesi».
IL FIGLIO CHE VERRÀ
Ha sacrificato la paternità alla politica?
«Be’, sacrificato... Non ho mica 80 anni».
Ma sua moglie ne ha 43.
«Al giorno d’oggi non è un’età impossibile per fare un figlio. Del resto, un bambino ha il diritto di vedersi accanto suo padre nei primi anni di vita».
Appunto, mi sta confermando che per la politica ha rinunciato alla paternità.
«Ho rinunciato finora. Mi auguro che il secondo mandato da sindaco sia meno travolgente del primo e di avere più tempo per me, per noi».
E per un figlio?
«Ci pensiamo».