Dida si veste da Babbo Natale e regala la vittoria a Mancini

Il derby è dell'Inter, Campione d'inverno davanti al pubblico del Meazza, la "Scala del calcio" e dei campioni. Pirlo su punizione, pareggia Cruz, ma è la papera del portiere a tradire i rossoneri. L’estremo difensore
ora rischia il posto.
Negato al Milan
un rigore su Kakà. <a href="/a.pic1?ID=229933" target="_blank"><strong>C'era una volta un portiere, ma un razzo se lo portò via</strong></a>.<strong> <a href="/a.pic1?ID=229837" target="_blank"><font color="#ff6600">Ma l'Inter di Mancini è più squadra del Milan</font></a></strong>

da Milano

Natale dell’Inter ma babbo Natale è Nelson Dida, una sciagura di portiere. Mancini e Moratti chiudono da primi della classe il loro strepitoso 2007: sono già campioni d’inverno con largo anticipo sulla scadenza. Perdete ogni speranza o voi che inseguite: è bene dirlo adesso che si chiude bottega e si torna a casa per le feste. Nel mondo sventola il bandierone del Milan ma a Milano comanda sempre l’Inter: tre derby di fila, presi al lazo, sono come i famosi indizi, costituiscono una prova. La prova regina. È l’Inter la più forte del reame. Al Milan resta la scritta sulle maglie e la collezione unica di trofei in bacheca. Nell’occasione patisce troppi buchi, clamorosi tradimenti e scadimenti inattesi: senza portiere (anche sul primo gol va a terra a Sant’Ambrogio e arriva il giorno dell’Immacolata) e va bene, con Gattuso ridotto al 10% per il noto infortunio e amen, con Seedorf mai ispirato d’accordo, con Oddo inadatto alla competizione. Quando è troppo, è troppo. Le “assenze” finiscono per scavare la differenza rispetto all’Inter, di suo impoverita solo dall’opaco Ibrahimovic di ieri. Giocare in 6-7 contro 11 si può se davanti c’è un rivale meno dotato, con un tasso atletico e di classe inferiore. Non certo dinanzi all’Inter di questi tempi, che pure non disponendo dei ranghi migliori in centrocampo, cava fuori dalla sontuosissima rosa altre gemme, per esempio il cileno Jimenez.
Il divario, nella ripresa, cresce appena il Milan si ritrova nelle condizioni più complicate della sfida: alle prese cioè con una rimonta per via della paperissima di Dida sul 2 a 1 di Cambiasso. Ancelotti deve inventarsi il lento Emerson al posto di Gattuso, sostituito all’intervallo, Gilardino per dare nerbo al ruolo di centravanti interpretato da Inzaghi sotto tono e più tardi provare la carta Serginho (fuori Seedorf). Con gli innesti provenienti dalla panchina, Carletto oltre che modificare il modulo (passa al 4-4-2) deve chiedere ad Ambrosini di giocare da centravanti spostando Kakà all’ala destra per tentare di ottenere dalle sue cadenze una qualche efficienza. Hai voglia ad aspettare Pato, a invocare uno stregone che guarisca Ronaldo: qui le lacune si colmano con provvedimenti radicali, nel prossimo mercato.
Il Milan resiste in partita e in groppa all’Inter per circa mezz’ora di gioco, senza strafare, intendiamoci. A ritmi bassi governa il derby senza sbagliare granché: qualche rinvio, qualche rilancio, qualche ricamo. Appena Pirlo indovina la traiettoria galeotta sulla prima punizione dal limite a disposizione, il vantaggio è una chimera che solca il cielo di San Siro. La reazione dell’Inter è la testimonianza solenne del suo spessore: schiuma rabbia, dà spallate alla difesa rossonera, con Jimenez sbuccia la traversa prima di artigliare il pareggio sulla giocata magica di Cruz. Il Milan ha un solo rimpianto da coltivare: quel rigore monumentale negato a Kakà (Cambiasso nel cadere gli porta via la gamba in modo netto e vistoso) sull’1 a 0. Il rimorso invece, enorme, è uno e uno soltanto: quel rinnovo contrattuale fatto a Dida. Forse è il caso di riflettere durante le vacanze (società e staff tecnico) e di prendere un provvedimento drastico, clamoroso. Giocare con Dida in porta è come avere una porta sempre aperta, spalancata. La splendida prova di Nesta e Kaladze può soffocare Ibrahimovic ma non evitare la sconfitta, l’ennesima nel derby. Come accadde un derby fa, con Ronaldo a segno.
Alla fine l’Inter scarta il regalo di Dida con merito evidente, avvalorato dai valori in campo, dalla cifra tecnica dei due gruppi. Ancelotti sostiene di aver giocato alla pari: è una visione molto parziale del derby di ieri. È vero, Ibra non luccica grazie a quel portentoso Nesta, ma Cruz è una lama nel fianco, Jimenez salta l’uomo e mette la difesa rossonera in affanno e in inferiorità numerica, Chivu da centrocampista collabora sodo con Cambiasso che nell’ultima mezz’ora diventa l’eversore con quel sinistro liftato dal limite. Ma pure in difesa, quando il Milan carica a testa bassa nel finale, le risposte sono tutte rassicuranti. A cominciare da Materazzi, intervenuto al posto di Samuel (distorsione al ginocchio sulla finta di Kakà per l’argentino) e partito con un paio di interventi feroci, per finire al portiere Julio Cesar, brasiliano anche lui, ma affidabile e decisivo nel deviare in angolo una stoccata di Kakà, primo e unico tiro in porta della ripresa firmata dai campioni del mondo.
Una squadra così, l’Inter insomma, non può solo puntare allo scudetto, secondo consecutivo. Deve guardare più in alto, alla Champions. Una squadra così, il Milan, non può solo aspettare Pato. Deve dotarsi di un portiere discreto se vuole dare l’assalto al quarto posto, ancora alla portata.